Afghanistan, donne in protesta contro i talebani: ritorna l’incubo del burqa

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proteste burqa

Le donne afgane riaprono le proteste burqa, istruzione e limitazioni personali. Tutte le mancate promesse dei talebani. Nella terra abbandonata dall’Occidente, i diritti delle donne spariscono insieme agli aiuti. Sole, senza nessun appiglio e senza la possibilità di obiezione. Un editto spazza via la libertà e riavvolge il nastro della storia negli incubi remoti. Urlano giustizia, ma la risposta ha il boato delle pallottole.

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Afghanistan e proteste burqa imposto alle donne

La parola dei talebani, ancora una volta, si dimostra effimera e volatile. Quello delle donne afgane è un destino già scritto, già visto, già ascoltato. Da nove mesi, ormai, la lotta di ragazze, adulte, bambine, anziane, è sempre più erosa dal dispotismo degli uomini. Di dittatori che impongono un testo che stravolgono, non tenendo conto della libertà degli esseri umani. Lo scorso 23 marzo è decaduta la parola che prometteva il ritorno a scuola e all’istruzione delle donne. Da qui, poi, il divieto a viaggiare da sole, a lavorare, a essere indipendenti. Umane. Il 15 maggio di un anno fa, promettevano di tutelare i diritti delle donne. Il 7 maggio, invece, il ritorno del burqa. Un decreto sancito dal leader supremo dell’Afghanistan e dei talebani, Hibatullah Akhundzada. L’editto impone il velo da capo a piedi. Non un hijab, ma un intero velo, a eccezione degli occhi, coperti da una rete.

Solo che, questa volta, le donne non sono quelle di vent’anni fa. Quando tra il 1996 e il 2001, durante il primo regime talebano, il burqa era imposto, come una museruola. In molte, quelle che ancora hanno la forza, oggi, sono per strada a protestare. “Giustizia” è il grido disperato che chiede ascolto. Volti scoperti, capelli ribelli. “Vogliamo vivere come esseri viventi, vivere come creature nobili, non come prigioniere in un angolo della casa, non vogliamo essere tenute chiuse in casa mentre i nostri mariti vanno a mendicare il cibo“. Le parole di una protestante. “Se ci creano problemi, da qui andremo davanti al Ministero talebano per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio e alzeremo la voce. Tutti i nostri slogan sono basati sui valori islamici e in accordo con i valori culturali del popolo afgano. Questi slogan non sono contro l’Islam e le credenze del popolo afgano.”

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I decreti dei talebani che limitano i diritti delle donne

proteste burqaI cortei raccolgono diverse donne in cerca di quella briciola di umanità che gli viene strappata via. In troppe, ancora, periscono nella lotta. Come a dicembre e a febbraio, i talebani rispondono sparando sulla folla, per disperdere le rivolte. Anche oggi, come sempre, hanno impedito la manifestazione e il racconto di diversi testimoni e giornalisti.
L’editto di Akhundzada recita: “le donne che non sono né troppo giovani né troppo anziane devono coprirsi tutto il volto, come indicato dalla Sharia, per evitare di provocare quando incontrano uomini che non siano mahram” – ossia, parenti stretti.

Il portavoce Zabiullah Mujahid sottolinea che “secondo il diritto internazionale, ogni società ha il diritto di vivere secondo i propri valori e le proprie convinzioni. È il codice ideologico ed è il simbolo della società afghana, uno dei suoi valori importanti. I leader di ogni comunità sono i rappresentanti della propria comunità.” Mentre Khalid Hanafi, Ministro per la Prevenzione del vizio e la promozione della virtù, si fa beffe in una conferenza stampa: “Vogliamo che le nostre sorelle vivano con dignità e in sicurezza.”

Le donne che non rispetteranno l’obbligo andranno in carcere. L’editto aggiunge che se non vi è necessità vitale, le donne devono restare a casa. Possono uscire solo con il marito, il padre, un fratello, il parente maschio più vicino. Perché una donna non può e non deve essere libera. Una donna, in Afghanistan, è proprietà, schiava, preda dell’uomo. Allora c’è da chiedersi, quanto sono valse le vite perdute in questi anni, se, ancora oggi, tante vite di donna non hanno più la facoltà di essere libere?

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