Ciro Migliore nel carcere femminile. L’Arcigay: “Donna non è il suo sesso!”

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Ciro Migliore carcere femminile

Ciro Migliore carcere femminile: scoppia la polemica sul ragazzo transgender arrestato ieri a Caivano per spaccio, detenuto nel carcere femminile di Pozzuoli. Per la legge è ancora Cira, poiché la sua transizione non è ancora completa. Facciamo luce sulla legge che gestisce la transessualità in carcere.

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Ciro Migliore carcere femminile: critiche da Arcigay

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Ciro Migliore, fonte: YouTube

Ciro Migliore, arrestato ieri per detenzione e spaccio di droga, è stato condotto nel carcere femminile di Pozzuoli. Per la giustizia italiana, che fa riferimento solo ai documenti, egli è ancora Cira Migliore. Il giovane infatti non ha completato il processo di transizione verso la sua nuova identità maschile.

Dall’associazione Arcigay di Napoli sono arrivati immediatamente commenti negativi a questa scelta. In un’intervista, la presidente Daniela Falanga ha dichiarato: “Purtroppo c’è questo paradosso che un uomo si possa ritrovare in reparti femminili. Se non ci sono norme a specificare dove le persone vadano collocate in carcere, è ovvio che valga il documento. E in questo momento “donna” non descrive il vero sesso di Ciro, che è appunto maschile”.

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Il tema controverso della transessualità nella detenzione

allievi carabinieri campana, Ciro Migliore carcere femminileIl caso di Ciro Migliore è solo l’ultimo di una lunga serie di arresti ai danni di transessuali, che fanno emergere le carenze della legislazione italiana in materia di transessualità nella detenzione. Una dispensa pubblicata nel 2013 dal DAP (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria), spiega la situazione dei trans detenuti. “I transessuali appartengono ad una categoria a cui è riservato un trattamento del tutto peculiare. […] La loro condizione in carcere è problematica e difficile non solo per la particolarità dell’esperienza vissuta ma anche e soprattutto per le loro caratteristiche psicologiche e fisiche. La vita detentiva, senza considerare la “sessualità sentita” dei detenuti, non aiuta a comprendere la storia di un corpo modificato o in via di trasformazione.

Il problema, quindi, risiede nell’ubicazione del detenuto in reparti maschili o femminili – indipendentemente dall’identità sessuale che egli riconosce. Quando entra in carcere, il transessuale viene identificato da un documento che lo classifica come maschio (o femmina, come nel caso di Ciro), un’identità che egli non riconosce ma che è costretto a portare con sé, quindi viene assegnato al reparto maschile, non a quello femminile (e viceversa).

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