Coronavirus: il piano segreto del governo. Facciamo chiarezza

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Sul Coronavirus se ne sono dette davvero tante, ma se ci fosse stato nascosto qualcosa? Dal 21 aprile, giorno in cui il Corriere della Sera rivelò l’esistenza già da gennaio di un “piano nazionale” (segreto) per la gestione dell’epidemia, i dubbi sulla piena trasparenza del governo e del Ministero della Salute non hanno fatto che crescere. A svelare l’esistenza del suddetto piano d’azione, sarebbe stato prima di tutti Andrea Urbani, direttore generale della Programmazione sanitaria, in un’intervista rilasciata al quotidiano: “Già dal 20 gennaio avevamo pronto un piano secretato e quel piano abbiamo seguito. La linea è stata non spaventare la popolazione e lavorare per contenere il contagio”. Ma andiamo con calma e cerchiamo di fare luce sulla faccenda.

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Coronavirus, esiste un piano segreto del Governo?

CoronavirusInnanzitutto, è bene far presente che sul sito della Protezione Civile sono stati pubblicati tutti i verbali del Comitato Tecnico Scientifico Coronavirus, istituito il 5 febbraio del 2020. Il link dove poter visualizzare i documenti è il seguente: Verbali delle riunioni del Comitato Tecnico Scientifico.

È nel verbale n. 8 del 24 febbraio 2020, precisamente al punto 2 “Piano di organizzazione della risposta dell’Italia in caso di epidemia”, che si fa riferimento all’esistenza di un piano organizzato dal governo. A insospettire, più di tutto, è l’estrema riservatezza con cui viene raccomandato a tutti i membri del CTS si trattare le informazioni: “Il CTS su questo punto si pone il problema della diffusione del documento, della destinazione dello stesso e quale livello di riservatezza dedicargli. Vi è consenso nel raccomandare la massima cautela nella diffusione del documento onde evitare che i numeri arrivino alla stampa”.

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Il “piano” nel dettaglio

mondragone coronavirusEsiste dunque un piano sul Coronavirus e a quanto pare – come svelato da Urbani – delineava tre possibili scenari a cui l’Italia sarebbe potuta andare incontro, dal meno grave al più preoccupante. I punti fissati dal documento, che consisterebbe in un testo di 40 pagine, sono principalmente i seguenti:

  • Rischio 1 (basso) – “Sostenuta ma sporadica trasmissione e diffusione locale dell’infezione”;
  • Rischio 2 (medio) – “Diffusa e sostenuta trasmissione locale. Aumentata pressione sul Ssn che risponde attivando misure straordinarie preordinate”;
  • Rischio 3 (alto) – “Diffusa e sostenuta trasmissione locale. Aumentata pressione sul Ssn che risponde attivando misure straordinarie che coinvolgono anche enti e strutture non sanitarie”.

Le misure a cui si fa riferimento sarebbero state soprattutto:

  • L’approvvigionamento delle scorte di dispositivi di protezione individuale (come mascherine e guanti);
  • Monitorare, e nel caso aumentare, la disponibilità di posti in terapia intensiva.
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I “motivi” della segretezza

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Perché il documento non poteva essere pubblicato? Perché la stampa e i cittadini tutti non dovevano essere informati dei piani del governo sulla loro stessa salute? A rispondere -dopo aver negato dell’esistenza del documento – è direttamente il Ministro della Salute, Roberto Speranza: “Il Governo non ha mai disposto alcuna secretazione su alcun atto. È stata una scelta del CTS per non diffondere allarme e per l’ampio range di ipotesi al vaglio”.

C’è però una seconda possibile risposta alla domanda, che – sia chiaro – non vuole colpevolizzare un Paese già di per sé sconvolto. Vuole però fare chiarezza su una gestione piuttosto carente e disorganizzata, per certi versi negligente. Due sono i punti dolenti, nonostante l’esistenza di un piano che ne aveva – tra l’altro – sottolineato l’importanza:

  • L’approvvigionamento delle mascherine e altri dispositivi di protezione, che avrebbe dovuto essere potenziato soprattutto nelle strutture intensive. Il 15 febbraio 2020 però il governo ha regalato 18 tonnellate di materiali sanitari alla Cina. L’Italia ne è rimasta priva;
  • Il punto sulle terapie intensive che, durante il picco, prevedeva un fabbisogno di 14.000 letti, fino a 34.000 nell’ipotesi peggiore. Rispetto alla linea teorica, in pratica le cose sono poi andate diversamente. Sono stati aggiunti 1597 posti letto ai 5324 disponibili in tutta Italia, tra l’altro già occupati per l’85% (quindi praticamente con la possibilità di sfruttarne solo 799). Il 3 aprile l’Italia ha registrato 4068 pazienti gravi ricoverati, con un gap – calcolando che i posti disponibili erano in totale 2396 (1597+ 799) – di almeno 1670 letti. 1670 persone, si suppone, non hanno quindi potuto ricevere l’assistenza che lo Stato avrebbe dovuto assicurare?

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