Covid-19, dalle mascherine al “rischio zero”: tutti gli scivoloni degli esperti

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Fin dall’inizio dell’era da Covid-19 le opinioni degli esperti hanno influito – spesso positivamente – sulla gestione dell’emergenza. Tra interviste esclusive, dichiarazioni più o meno decisive e dirette social, le tesi su quella che ormai è la pandemia mondiale hanno “colorato” i salotti italiani per più di due mesi. Ma hanno sempre detto la cosa giusta? In realtà, sono stati molti gli “errori” che hanno accompagnato il Coronavirus nel suo viaggio di diffusione globale. Ecco la raccolta degli scivoloni più gravi degli ultimi tempi!

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Covid-19, gli errori clamorosi: il “rischio zero”

pizza corniciello conte sanità covid-19Poco prima dell’inizio della pandemia da Covid-19, quando i dati e i contagi erano molto contenuti nel nostro Paese, alcuni esperti – con numeri alla mano – avevano una visione piuttosto ottimistica della situazione. Le cose si sono poi velocemente ribaltate. Di seguito alcune “leggerezze” da parte dei più illustri cervelli d’Italia:

  • Massimo Galli (Direttore del Reparto di Malattie Infettive dell’Ospedale Luigi Sacco di Milano): “La malattia da Covid difficilmente potrà diffondersi. L’esiguità del numero dei casi riscontrati finora e la modalità con cui si sono manifestati – in persone che si sono infettate poco prima di partire da Wuhan – ci dà la dimensione del contenimento complessivo della problematica”.

  • Fabrizio Pregliasco (virologo e ricercatore dell’Università Statale di Milano): “Sui cittadini italiani ad oggi non ci dev’essere la paura di incontrare il Coronavirus, alla luce del fatto che la sintomatologia è l’elemento che determina la possibilità di contagio. È vero, alcuni articoli scientifici hanno evidenziato che è possibile anche in fase di incubazione, quindi in assenza di sintomi..Ma è acclarato ormai che questa possibilità è molto relativa”.
  • Roberto Burioni (Professore Ordinario di Microbiologia e Virologia all’Università Vita-Salute del San Raffaele di Milano): “Ritengo che in questo momento in Italia il rischio di contrarre il Coronavirus sia zero. Il virus non circola“; “Le mascherine non forniscono alcuna protezione dal Coronavirus. Servono a non far diffondere il virus da parte di chi lo ha già contratto”; “Io non l’ho comprata la mascherina. Oggi uno che volesse prendere il virus in Italia, che si alza la mattina dicendo ‘Voglio contagiarmi’, non può farlo”.

Oggi si contano più di 187.000 contagiati totali in tutta Italia, con oltre 25.000 morti e l’obbligo di portare le mascherine durante la fase 2 alle porte.

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Coronavirus: poco più di un’influenza?

scoperto enzima coronavirus covid-19Hanno dato non poco scalpore le dichiarazioni iniziali di alcuni esperti, che comparavano il Covid-19 a una comune influenza:

  • Maria Rita Gismondo (Direttore del Laboratorio di Analisi Microbiologiche dell’Azienda Ospedaliera Luigi Sacco di Milano): “Lo 0,1 % di mortalità sui casi registrati in Italia. I malati sono quelli ricoverati con patologia e oggi si contano sulla punta delle dita”; “A me sembra una follia. Si è scambiata un’infezione appena più seria di un’influenza per una pandemia letale”. L’11 marzo 2020 l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiarava la pandemia da Coronavirus.
  • Ilaria Capua (virologa ed ex politica italiana, oggi direttrice del One Health Center of Excellence dell’Università della Florida): “Sono pochissimi i casi trasmissione interumana al di fuori della Cina”; “Questo virus è meno aggressivo di tante infezioni che conosciamo e oggi abbiamo tanti strumenti per tenerlo sotto controllo”;
  • Fabrizio Pulvirenti (Dirigente medico dell’Azienda Ospedaliera Umberto I Enna): “Se mettiamo sulla bilancia le due epidemie, si capisce bene che l’epidemia del virus influenzale è ben più grave e diffusibile rispetto a quella da Coronavirus”.
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L’Italia era pronta?

Covid-19Il 21 febbraio 2020 il Ministro della Salute Roberto Speranza dichiarava in conferenza stampa: “L’Italia è pronta… Ora si tratta di attuare nel modo più efficace possibile il piano che avevamo predisposto”.

Nella prima metà di marzo le terapie intensive di molti ospedali d’Italia erano già al collasso. A Bergamo le salme venivano trasportate da mezzi militari fuori città per cimiteri saturi e tempi di cremazione troppo lunghi. Tante famiglie hanno perso i propri cari, senza la possibilità di dargli l’ultimo saluto. E l’Italia non era pronta per questo.

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