DADADA non nasce “già pronta”. Cresce. Si consolida nel tempo. E, soprattutto, si costruisce nella vita condivisa. Quando chiediamo il momento in cui hanno capito di essere una vera band, le risposte arrivano da punti diversi. Ma vanno tutte nella stessa direzione. Per Jineon è successo durante un’esperienza intensa, tra palco e quotidianità. “Al college music festival abbiamo passato tantissimo tempo insieme… e dopo l’uscita di Like You è sembrato che fossimo davvero una squadra.”Sanghyun indica un confine chiaro. Il primo concerto da soli. Il momento in cui non ci sono “altre band” a coprire l’energia della serata. Solo loro e la responsabilità di riempire lo spazio. “Il nostro primo concerto da headliner. Lì l’ho sentito davvero: “siamo una band.”
“DADADA” in tre parole
La prima domanda è semplice. Ma è anche rivelatrice. Definire un nome in tre parole significa esprimere un’intenzione. Sanghyun risponde senza esitazioni: “Passione, amore e gratitudine.”
Poi spiega il motivo con una frase che suona come una linea guida. “Mettiamo passione in quello che facciamo. E vogliamo restituire l’amore che riceviamo. Con gratitudine.” È una triade pulita. Quasi un manifesto. E torna, indirettamente, in tutto il resto dell’intervista. Perché nelle loro risposte c’è sempre una cosa. Il rapporto con chi ascolta.

Ruoli e processo creativo: chi fa cosa in DADADA
DADADA lavora con una divisione chiara, ma non rigida. La musica nasce a più mani. E poi si rifinisce insieme, in sala prove. Sanghyun e Hyunjin sono molto presenti nella fase creativa. Hyunjun guida il lavoro sui testi. E poi c’è il momento in cui tutto diventa “band”. Le prove, le jam, le decisioni prese suonando. In sintesi, la loro è una scrittura che passa dal singolo al collettivo. E torna indietro. È un metodo pratico. Ma anche emotivo. Perché ogni brano, alla fine, deve “stare in piedi” dal vivo.
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Cosa avete imparato l’uno dall’altro da quando suonate insieme?
Qui DADADA diventa quasi una storia di crescita. Non solo musicale. Umana. Sanghyun parla di prospettive. E di rispetto. “Ho imparato a rispettare punti di vista diversi. Quello che per me è una risposta sbagliata, per qualcun altro può essere giusta.” Hyunjin la mette sul piano delle relazioni. Fare musica a lungo con le stesse persone non è scontato. Richiede cura. E richiede una visione di futuro. Hyunjun, invece, sorride e va dritto: “La vita.” È un modo semplice per dire una cosa grande. Cioè che un gruppo non ti cambia solo come artista. Ti cambia come persona.
Live vs studio: stessa anima, energia diversa
Su questo DADADA è molto chiara. Il live non è una copia. È un’esperienza. Sanghyun dice una frase chiave: non conta essere identici alla registrazione. Conta l’immersione. “Io guardo quanto una band è dentro la musica in quel momento. Il live è anche messa in scena, e deve far sentire qualcosa.” Hyunjun distingue con precisione. In studio si costruisce la qualità massima. Si scolpisce il suono. Dal vivo, invece, la priorità è l’impatto. “Lo studio deve essere piacevole da ascoltare. Il live deve essere divertente da vivere.” Hyunjin chiude il cerchio: il messaggio resta. Cambia il modo di consegnarlo. E lì si gioca la differenza.
Testi sinceri, ma non “diario”: la scrittura secondo DADADA
La loro sincerità non è sempre autobiografia. È coerenza. È credibilità. È rifiuto del “finto”. Hyunjun lo spiega in modo molto netto. Non scrive “tutto com’è”. A volte crea un protagonista. E scrive da lì. Ma pone un limite importante. “Non metto esagerazioni o bugie.” Hyunjin aggiunge un principio che suona quasi etico: se non è convincente nemmeno per loro, non entra nel brano. La verità, per DADADA, è anche una questione di tono. Di misura. Di rispetto per chi ascolta. E in questo si sente la loro idea di musica. La canzone non deve fare scena. Deve reggere.

L’EP 사랑해주세요: emozioni, leggerezza e un sogno che passa di mano
Quando parliamo di 사랑해주세요, non cercano parole “altisonanti”. E forse è proprio questo che lo rende credibile. Sanghyun parla di un desiderio semplice: essere amati. E far stare bene le persone. Hyunjun la dice ancora più diretta: “Volevamo che fosse divertente. E che la gente ci volesse bene.” Hyunjin sottolinea la varietà: cinque storie, cinque modi di sentire. Non una morale unica. Piuttosto, spazio per riconoscersi.
E Jineon aggiunge la frase più luminosa. È quasi una dedica a chi ha un sogno. “Io, ascoltando grandi artisti, ho sognato. Vorrei che la nostra musica facesse sognare qualcun altro.”
Giovani ascoltatori, responsabilità e un messaggio per chi è fuori dalla Corea
La scena delle band coreane è sostenuta in gran parte da un pubblico giovane, con un range di età che va dagli adolescenti ai ventenni. DADADA non vive il pubblico giovane come una gabbia. Ma nemmeno come “libertà totale”. È una via di mezzo. È responsabilità su ciò che si dice. E gratitudine per chi ascolta. Hyunjun è molto chiaro: non vuole creare musica che diverte solo il se stessi. Sanghyun parla di equilibrio: restare sicuri di sé, ma pensare anche a chi riceve. Jineon guarda avanti: più cresceremo, più la responsabilità aumenterà.
“Carpe Diem. Godetevi il momento. Cerchiamo di essere felici insieme.”

La prima città italiana di DADADA?
Qui l’intervista si accende. Perché l’Italia, per loro, è immaginazione e desiderio. Hyunjin sceglie Roma per un ricordo gastronomico. E per un sogno molto concreto: busking davanti a un posto amato. Sanghyun sceglie Napoli, anche per il calcio e per Kim Min-jae.
Hyunjun apre la mappa: Torino, Firenze, Parma, Genova, Milano, Venezia, Sicilia.
Jineon chiude con la frase più bella per un pubblico italiano: “Ovunque in Italia andrebbe bene.” E a quel punto, la sensazione è chiara. DADADA non sta solo pensando a un tour. Sta immaginando un incontro.
***KOREAN VERSION***






























