“Giovani e social: tra identità liquida e alfabetizzazione digitale”: intervista a Danilo Zanghi

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Danilo Zanghi

Oggi l’ingresso nel mondo digitale avviene sempre più precocemente, tra piattaforme che offrono svago, connessione e visibilità, ma che proprio per questi motivi nascondono anche rischi, pressioni e dinamiche potenzialmente tossiche. Ne parliamo con Danilo Zanghi, digital strategist, communication manager e consulente di transizione digitale per oltre 30 aziende italiane, da sempre attento all’intersezione tra tecnologia, linguaggi giovanili e cambiamento culturale.

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Da che età si iniziano ad usare i social in Italia? È ancora un fenomeno che parte dall’adolescenza?
Assolutamente no, non è più solo un fenomeno da adolescenti: e questo ce lo dicono i dati. Quelli più recenti che ho analizzato mostrano ad esempio che l’esposizione ai social inizia tra i 9 e i 12 anni, spesso in modo non supervisionato.

TikTok e YouTube sono le piattaforme più precoci, seguite poi da Instagram. Questa entrata precoce e spesso inconsapevole in un ecosistema che richiede invece strumenti cognitivi e critici ben strutturati, fa sì che i ragazzi imparino a “scrollare” prima ancora di capire cosa stanno realmente guardando.

E questo ha ovviamente conseguenze profonde sulla percezione di sé, sull’autostima, ma soprattutto sulla reale loro capacità di distinguere contenuto e realtà.

E quindi qual è l’impatto reale che può avere un social nella vita di un giovane?

Di per sé non distruttivo, anzi. Sicuramente profondo e identitario però, questo sì. I social non sono più per i ragazzi solo un passatempo, ma come dicevo spazi di costruzione del sé. Lì si sperimentano tematiche importanti come il corpo, il linguaggio, la popolarità, il rifiuto. Ogni interazione, come un like, un commento, una visualizzazione, agisce come rinforzo psicologico.

Dedurrà che si tratta di un impatto visivo, costante, performativo. Come dico sempre, i ragazzi oggi crescono con un occhio rivolto verso lo “specchio dell’algoritmo”: sanno che ciò che fanno sarà osservato, giudicato, condiviso. Questo genera una pressione silenziosa ma continua. E chi non riesce a starci dentro, resta ai margini, quasi invisibile. E da social media manager posso dirle che oggi in alcuni cluster l’invisibilità fa più paura dell’esclusione sociale.

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Cosa è cambiato, rispetto al passato?

Praticamente tutto. Siamo davanti ad un cambio di struttura sociale radicale.

Una volta la socialità giovanile era fatta di tempo reale, spazi condivisi, errori privati. Oggi tutto è pubblico, documentato, commentabile. Non si cresce più solo tra pari, ma in presenza di un’audience, in verità spesso sconosciuta, ma che osserva e reagisce. E ha un peso.

È cambiata di conseguenza anche la logica narrativa: prima raccontavi te stesso per quello che eri; oggi devi costruire una versione efficace, riconoscibile, spendibile di te. Questo cambia i codici della crescita: da un lato si matura più in fretta, ma dall’altro in modo più fragile.

Questo può portare ad una “devianza social”? Secondo lei come si argina questo fenomeno?

Non posso dirlo, perché non ho gli strumenti per fornire “soluzioni”, ma solo per “analizzare” il contesto. Sicuramente, secondo me, sarebbe utile avere una risposta culturale, ancor prima ancora che normativa. Perché come dico spesso oggi la devianza non è più solo un comportamento pericoloso: è spesso un’estetica virale, un codice di riconoscimento, uno stile.

Per arginarla, dobbiamo quindi insegnare a leggere i contenuti, a riconoscere la manipolazione, a capire cosa c’è dietro una narrazione tossica. E per farlo serve quella che noi digital strategist chiamiamo “ media literacy”, ovvero un’educazione alla complessità e al confronto tra generazioni.

La repressione non basta e, ci aggiungo, spesso non funziona. Serve più educazione, più presenza, più linguaggi condivisi.

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In questo percorso potrebbero essere funzionali dei corsi nelle scuole? Secondo lei un’esigenza reale o un programma futuro?

Guardi, con me sfonda una porta aperta. Non solo parliamo di un’esigenza reale, perché parlare di digitale nelle scuole non è un “extra” ma una priorità educativa, ma le dirò di più.

Io credo che servano moduli stabili e interdisciplinari, che affrontino i social non solo come strumenti tecnici, ma come luoghi culturali e psicologici. Non si tratta solo di sapere usare Instagram o TikTok, ma di capire come funziona un algoritmo, come si crea un contenuto, perché certi messaggi diventano virali e altri no.

Portare questi temi in aula significa restituire ai giovani la consapevolezza di essere protagonisti, non semplici utenti passivi.

Ultima domanda: cosa direbbe oggi a un ragazzo che si sente “perso” online?

Gli direi che non è solo. Ogni giorno incontro ragazzi che sentono un profondo senso di spaesamento: è del tutto normale, umano.

Ma anche che ha tutto il diritto di costruire la propria voce, fuori dagli stereotipi e dalle aspettative dell’algoritmo.

Gli direi di prendersi il tempo per sbagliare, per cambiare idea, per rallentare. E gli direi che non è la quantità di visualizzazioni a definirlo, ma la qualità delle relazioni che riesce a costruire, anche online, se vuole, ma con autenticità.

Il futuro digitale non è scritto dagli algoritmi, ma da chi ha il coraggio di usarli per raccontare qualcosa di vero.

Chi è Danilo Zanghi

Digital strategist, communication manager e marketing director. Laureato in Sociologia e Culture Digitali e della Comunicazione, Danilo Zanghinha iniziato la sua carriera come giornalista, per poi specializzarsi nella comunicazione omnicanale. Ha lavorato come digital strategist per il Museo Cappella Sansevero e per numerose Media Company come Fanpage.it, Torcha, Nos e Visit Italy. Oggi affianca oltre 30 aziende italiane nella transizione digitale, curando strategie, contenuti e branding. È iscritto al Mepa e si occupa anche di innovazione nella PA.