Francesco Mazzuoccolo e la sua architettura come ecologia umana

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La nostra nuova rubrica “Professionalità Pomiglianesi” è dedicata a tutti i professionisti che ogni giorno, tramite il proprio lavoro, apportano miglioramenti per la nostra città in svariati settori. Per l’esordio di questa rubrica ci siamo rivolti a Francesco Mazzuoccolo architetto e titolare dello Studio di Progettazione Architerra. Uno studio di architettura decisamente futuristico dato che il dott. Mazzuoccolo ha cercato di coniugare il principio del rispetto dell’ambiente e dell’autosufficienza delle strutture con la sua professione di architetto.

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Benvenuto ai microfoni di Informa Press, dott. Mazzuoccolo. Ci racconti un po’ di lei…
Francesco mazzuoccolo
L’architetto Francesco Mazzuoccolo

“Sono un pomiglianese DOC nonostante le origini degli avi di Casalnuovo. Mi sono laureato con 110 e lode presso la facoltà di Architettura di Napoli “Federico II”. Dopo pochi mesi dalla mia laurea il mio ex professore dell’università, Alberto Izzo, mi ha chiamato per lavorare nel suo studio. Ero un po’ intimorito perché, in pratica, non avevo nessun tipo di esperienza. Tuttavia lui ha insistito, dandomi fiducia, e dopo un periodo di full immersion sono riuscito a capire i loro metodi lavorativi. Grazie a questa esperienza ho avuto il piacere di partecipare alla progettazione della Cittadella Giudiziaria di Salerno di David Chipperfield (famoso architetto inglese). Contestualmente abbiamo lavorato anche alla Cittadella NATO di Gricignano d’Aversa. Entrambe le strutture basavano il loro fondamento progettuale sulla massima valorizzazione del contesto urbano, non rimanendo quindi fine a se stesse. Il tutto con la massima semplicità architettonica e soluzioni durature”.

La svolta…

“Questi presupposti sono stati di forte impatto per la mia formazione professionale. Dopo 8 mesi di collaborazione, il professore mi ha ritenuto pronto e ho deciso di mettermi in gioco in proprio; è nato così il mio studio “Architerra, architettura come ecologia umana”. La mia prima “sfida” su Pomigliano d’Arco è stata la riqualificazione di Palazzo Esposito a Corso Umberto. Il Comune lo aveva acquistato e voleva trasformarlo in biblioteca. Ho pensato a un progetto che potesse unire e conservare la memoria storica dell’edificio con un ultimo piano che invece guardasse al futuro. I lavori sono terminati qualche tempo fa sulla base del mio progetto”.

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Cos’è per lei l’architettura?
Progetto Serra nella Villa Comunale di Pomigliano d’Arco

“Nell’epoca della globalizzazione, l’organizzazione degli spazi, il creare e trasformare ambienti, è diventato la pratica di tutti; ma far diventare questi spazi e questi ambienti funzionali all’uso, estetici, duraturi e rispettosi dell’ambiente in cui si calano, non è ancora il focus generale. Ecco il perché della mia architettura “come ecologia umana”. Un modo di fare progettazione che risponde allo stesso tempo alle diverse variabili e ai bisogni del cittadino, della comunità, dei luoghi e del tempo. Una progettazione che sia consapevole e rispettosa del contesto dunque. Non è un concetto immediato, data anche la velocità con cui si muove oggi la società e l’abitudine di massimizzare il risultato in un arco temporale rapido”.

“L’eco-sostenibilità deve essere la priorità”

“L’eco-sostenibilità di una struttura dovrebbe essere una priorità. Bisogna pensare a costruzioni alternative, mezzi che possano integrarsi con l’ambiente e rispettarlo. Non è difficile. Basti pensare a concetti semplici; sulla bocca di tutti ma di cui pochi comprendono le potenzialità. Verde verticale, pannelli solari, recupero delle acque piovane e più semplicemente edifici che si autoalimentano. I miei progetti hanno tutti come cardine progettuale l’impatto di volume esistenti (o da realizzare) con il verde e con l’ambiente che li circonda. Le serre nel Parco Pubblico di Pomigliano, ad esempio, partono proprio da questo concetto. Ho pensato a una riqualificazione ben cosciente di quello che fosse il contesto in cui le stesse nascono rendendole quindi parte integrante del contesto in cui sorgono. Fortunatamente il progetto è piaciuto.”

È difficile far comprendere a clienti, privati o pubblici, la sua “vision green”? Se si, qual è la motivazione che lo rende complicato rispetto agli altri paesi che lo fanno già da anni?

“Si, alle volte risulta difficile. Credo che manchi la giusta comunicazione. È vero che i media ci raccontano di sostenibilità ambientale, ma in definitiva manca una continuità. Secondo me si dovrebbe cominciare a creare sinergie con scuole e ragazzi. Fargli capire l’importanza del vivere pulito piuttosto che subire passivamente ordinanze “restrittive” per motivi ambientali. Non basta una teoria o un provvedimento astratto. Le cose le devono provare con mano, con esempi pratici e reali, perché altrimenti non capiranno mai la motivazione concreta. Ad esempio, che senso ha l’obbligo di presenza di una colonnina di ricarica di auto elettriche per le nuove costruzioni se le stesse auto elettriche non sono utilizzabili né pubblicizzate quale mezzo alternativo per il traffico cittadino? La mancanza di informazione e istituzioni poco attente al “lungo periodo” non daranno mai i risultati proiettati nel tempo”.

“Dalle piante ai marciapiedi intelligenti…”

architettura“Nel pubblico invece il concetto è un po’ più delicato dovendo raggiungere il risultato progettuale in tempi ristretti. Qui può valere il principio della sperimentazione quale volano della miglioria urbana futura. Dalla pianta bioluminescente, che sfrutta la tecnologia biometrica di aspirazione, alle pavimentazioni “intelligenti” dei marciapiedi che catturano l’energia cinetica prodotta dal calpestio dei pedoni e la convertono in energia elettrica per alimentare i lampioni”.

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La sua idea di architettura come si traduce su di un edificio che potrebbe essere del futuro?

“Le costruzioni umane rispondono all’esigenza fondamentale di darci un riparo dall’ambiente. Per interi millenni, per esigenze di sopravvivenza, l’architettura è rimasta in opposizione alla natura. Ma le cose stanno cambiando! L’edificio del futuro dovrà essere caratterizzato da una più profonda compenetrazione di forma e funzione. Dovrà essere capace di usare meno energia e avere più comfort. Al tempo stesso l’”involucro” che protegge l’habitat deve essere visto come fonte di produzione energetica”

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