Gino Paoli, l’uomo col proiettile nel cuore

Come si vive sessantatré anni con un proiettile nel cuore — e non si smette di scrivere.

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Gino Paoli, fonte Ansa

Una vita vissuta scrivendo la vita stessa. Eppure, quella vita si è spenta questa notte. Gino Paoli è morto nella sua casa di Genova. Aveva 91 anni, una voce che non chiedeva permesso, e un proiettile nel pericardio da sessantatré anni. Derringer al cuore, gesto deliberato. Non avevano operato, i medici, nel luglio del 1963: troppo rischioso rimuoverlo. Così il frammento era rimasto lì, silenzioso e permanente, a ricordare a ogni battito che c’era stato un momento in cui Paoli aveva deciso che poteva bastare. Il cuore non era solo un alloggio per quel frammento di metallo. Il suo cuore aveva altri piani. Aveva continuato a scrivere. Aveva continuato a cantare.

Non è un dettaglio biografico, quella pallottola. È la chiave di tutto.

Non è una metafora costruita a posteriori. È un fatto anatomico che ha la forma di una poetica: il dolore non si estrae, si porta. Si impara a respirare intorno a qualcosa che non se ne va.

Tutta la sua musica, a rileggere i titoli che nessuno cita nelle liste dei grandi successi, ha questa qualità. Anche se — scritto per Ornella, 1961, quasi sconosciuto ai più — è un pezzo che accetta la sconfitta prima ancora di combattere, e per questo suona più onesto di qualsiasi canzone d’amore trionfante. Me in tutto il mondo è di quegli stessi mesi, stesso anno, stessa donna: lui che si moltiplica nell’altro come se l’amore fosse un problema di moltiplicazione invece che di somma. L’ufficio delle cose perdute, del 1988, ha un titolo che funziona da solo, senza nemmeno ascoltarla. Noi che non ci siamo accorti, del 1998 — un album quasi introvabile — è Paoli che guarda indietro non con nostalgia ma con quella lucidità disincantata che non perdona niente, nemmeno a sé stesso. Poi c’è Il cane nero. Stesso disco. Nessuno ne parla, nelle commemorazioni di oggi. Sono questi i brani che misurano la distanza tra l’immagine pubblica di un artista e la sua vera densità.

Quattro mesi fa Ornella Vanoni è morta a Milano e Paoli l’ha salutata così: una foto in bianco e nero, giovani, lui al pianoforte e lei appoggiata allo strumento con una collana di perle, e sotto — un cuore nero. Nessuna parola. Solo quell’immagine, e quel simbolo. Come se le parole, per una volta, fossero meno precise del silenzio. Stavano per incidere un brano nuovo insieme, l’ennesimo, e non hanno fatto in tempo.

Si erano conosciuti nel 1961, negli studi Ricordi a Milano. Lei cantava canzoni della mala, lui era già sposato. In mezzora le scrisse un brano. Da lì nacque tutto — la relazione, il dolore, le canzoni. Senza fine è un pezzo di metafisica travestito da canzone pop, con una struttura armonica che non risolve mai, che gira su se stessa come un mantra laico: il titolo stesso è un programma. Niente ha inizio e fine, niente si conclude davvero. Lei, anni dopo, lo raccontò con la precisione che si riserva alle cose ancora aperte: se la misura dell’amore è la sofferenza, Gino è stato il grande amore della mia vita. Lui, con la distanza cinica che usava per difendersi dai sentimentalismi: Ornella è una bella persona, ma può diventare insopportabile. Si amano e si tradiscono. Si lasciano. Rimangono. Nel 1985 tornano sul palco insieme — recitavamo così bene, dirà lui, che perfino mia madre temeva che la storia fosse ricominciata. Non è la storia di un amore che finisce. È la storia di un amore che impara a sopravvivere a se stesso — che diventa amicizia, battibecco, disco, tournée, e poi alla fine una foto in bianco e nero e un cuore nero su un social network, che è la forma contemporanea del silenzio.

Paoli scriveva come chi sa che le parole non guariscono niente, ma senza parole il dolore è solo dolore, mentre con le parole diventa qualcosa che si può condividere — passato di mano in mano, ascoltato da qualcuno in una stanza alle tre di notte senza che nessuno debba spiegare niente a nessuno.

C’è una coerenza feroce, in un uomo che scrive Il cielo in una stanza in un bordello genovese, si spara al cuore, sopravvive per accidente, e poi torna a lavorare come se la vita non fosse un dono ma un impegno rimasto aperto. Le canzoni scritte dopo quella notte del 1963 non profumano di redenzione. Profumano di sale, letteralmente — Sapore di sale è dello stesso anno, arrangiata da Ennio Morricone con un assolo di sax di Gato Barbieri che fa ancora quello che dovrebbe fare una grande canzone: apre uno spazio dentro la cassa toracica e ci lascia stare.

Il cielo in una stanza nacque da un’ispirazione impura per un’immagine che sarebbe diventata una delle più perfette della canzone italiana. Fu Mogol a portarla a Mina, che nel 1960 la incise e la tenne in cima alle classifiche per sei mesi. Ma Paoli non era ancora iscritto alla SIAE, e la canzone più celebre della sua vita dovette uscire firmata con il nome di un altro — il maestro Renato Angiolini, sotto lo pseudonimo “Toang”. L’uomo che aveva scritto quel soffitto che diventa cielo non poteva nemmeno mettere il proprio nome sotto. C’è qualcosa di strutturalmente coerente in questo: una voce che distribuisce bellezza nel mondo senza poterla reclamare. E c’è qualcosa di altrettanto coerente nel fatto che sia stata Mina — la voce più assoluta e più intoccabile della canzone italiana, quella che poi sparirà dal palco nel 1978 per costruire il mito nell’assenza — a dare a quel brano la forma definitiva. Paoli restava. Invecchiava in pubblico. Portava il proiettile. Mina scompariva e diventava leggenda. Avevano preso lo stesso brano e ne avevano fatto due destini opposti.

Era cresciuto a Genova tra i caruggi, il mare e le notti infinite con gli amici — Tenco, De André, Lauzi — giovani che ascoltavano Brassens e Brel e avevano capito che la canzone poteva essere un’altra cosa, che il disincanto non era cinismo ma un modo di essere onesti. In quegli stessi anni c’era Umberto Bindi, pianista raffinato e dichiaratamente omosessuale in un’epoca che non perdonava: l’industria discografica lo aveva emarginato per questo, e Paoli lo sapeva, lo stimava, riconosceva quella forma di esclusione che non ha niente a che fare con il talento. Aveva antenne sintonizzate sulla fragilità, non sulla performabilità. Fu lui a produrre il primo disco di Lucio Dalla, quando Dalla era ancora un clarinettista jazz di provincia con la voce strana — prima che diventasse Dalla. Certi riconoscimenti si danno prima del successo, o non valgono niente.

Con il jazz ha avuto una relazione sempre più profonda, e non per caso. Il jazz è la musica che non risolve — che prende un tema, lo smonta, lo aggira, ci gira intorno — e Paoli ci ha trovato, negli ultimi vent’anni, la forma giusta per quello che aveva ancora da dire. Con Danilo Rea al pianoforte ha portato in scena il suo repertorio come se fosse una serie di standard americani, come se Senza fine potesse stare accanto a Cole Porter senza chiedere permesso. Aveva ragione. Non era nostalgia — era la stessa operazione che aveva sempre fatto: prendere il dolore e trovargli una struttura in cui respirare.

L’augurio che faceva a Ornella ogni compleanno — erano nati a un giorno di distanza l’uno dall’altra — era diventato negli anni: tieni duro, che siamo rimasti pochi. Poi lei ha smesso di tenerla, e lui ha tenuto duro quattro mesi.

Per i suoi novant’anni aveva detto, senza circospezione: quello che accade oggi non mi piace, la violenza, la sopraffazione — sfortunatamente lascio a voi questo mondo di merda. Non è amarezza. È la frase di chi ha guardato abbastanza a lungo da non avere più niente da perdere nell’essere preciso. L’anno scorso aveva perso il figlio Giovanni — sessant’anni, infarto. Di questo non aveva detto niente. Proprio niente. Il silenzio come forma più alta di rispetto verso le cose insopportabili.

Questa notte se ne è andato in serenità, dice la famiglia, circondato dai suoi cari. I funerali saranno privati. C’è qualcosa di giusto in questo: non era mai stato un uomo da scenografie pubbliche. La sua grandezza era in quello che metteva nei versi, non in quello che mostrava di sé.

L’uomo con il proiettile nel cuore ha finito di portarlo in giro. Le canzoni no.