Siamo sotto una dittatura ma non ce lo dicono. Ecco perché l’Italia non è più una vera e libera democrazia

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Italia dittatura – Siamo quella che si definisce una democrazia liberale. E, si sa, in democrazia la forma è sostanza. È così dalle prime forme di istituzioni rappresentative in Grecia e a Roma (ancora ben lontane dal nostro concetto di democrazia), passando per la rivoluzione francese, unica rivoluzione “riuscita” in epoca moderna. Il meccanismo della democrazia rappresentativa costituisce il modello funzionale più diffuso ed efficiente. Ma in termini squisitamente sostanziali, l’Italia è una democrazia? Lo è, ma con molte carenze. L’Italia non si è mai ripresa dall’impostazione dfascista, e le carenze della politica stanno mostrando tutte le crepe. 

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Italia dittatura: lobby e corporazioni 

italia dittaturaSpesso le teorie complottiste parlano di lobbies che manipolano e gestiscono, in realtà, economia, governo, politica e sistema sociale. Ovviamente non è così. Almeno, non nei termini spesso usati. Le pressioni pseudo-lobbistiche non sono esterne: sono tutte interne.   

Il sistema economico e sociale italiano, infatti, è ancora fortemente corporativo. Le corporazioni erano, nella teoria organicista del fascismo, i corpi intermedi che collegavano il cittadino con lo Stato. In questo meccanismo perverso, però, le corporazioni cercano sempre di far pressione sugli organi di governo e legislativi

In Italia il sistema corporativo è ancora largamente diffuso. Esistono infatti decine e decine di ordini e professioni di tipo ordinistico. Anche professioni non “libere”, ma che agiscono con autogoverno e che esercitano pressioni sullo Stato.  

Le corporazioni esistono a tutti i livelli dello Stato, e sono ciò che rende impossibile qualsiasi riforma del sistema economico e sociale italiano. E lo abbiamo visto spesso. Ogni intervento finalizzato a rivedere i sistemi, pur non ledendo l’autonomia delle categorie corporative, viene sempre fermato. In un modo o in un altro. 

Ma se le corporazioni oggi sono così forti, la responsabilità sta anche nella nuova classe politica

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Italia dittatura: la nuova classe (a)politica 

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Nella prima repubblica i politici erano di base dei professionisti della politica e se qualcuno era corrotto si sollevava il problema politico e lo si risolveva sul piano politico. Ma la corruzione abnorme ha favorito la cancellazione di parte di quella classe dirigente. Ma qualcuno si è salvato dallo tsunami. Come mai?

I meccanismi di base sono rimasti gli stessi. Il popolo elegge i propri rappresentanti in Parlamento. Loro, sulla base degli interessi della società rappresentati e pesati dal voto, costituiscono la maggioranza di governo. Ormai da più di vent’anni, però, la classe dirigente non media più sugli interessi della società, corrispondenti a un’idea di società legata all’ideologia. La politica, oggi, media solo sugli interessi di potere.

La nuova classe dirigente non è più espressione di una tradizione politica con ideali, ideologie, visioni del mondo. Al contrario, il mondo della politica si è popolato di “gente comune”. Per lo più parlamentari e personalità riconducibili alle più disparate corporazioni. Magistrati, giornalisti, medici, dirigenti d’azienda, sindacalisti in carriera, professori universitari eccetera. Non più, dunque, politici, ma uomini delle corporazioni nelle istituzioni. 

E come si può rinnovare un sistema economico e sociale se il sistema è questo? Prima avevamo politici di razza e statisti. Oggi abbiamo a malapena politicanti.

E la cancellazione dei partiti laici e più propulsivi delle riforme e dei cambiamenti nella storia primo-repubblicana ha portato alla vittoria delle corporazioni. DC, PRI, PSDI, PSI sono stati cancellati e ridotti al silenzio. Per far spazio a Forza Italia, Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Lega e Fratelli d’Italia. Ne è valsa la pena? 

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Italia dittatura: il “patto consociativo” del capitalismo corporativo 

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Tutti i partiti maggiori oggi hanno alle spalle almeno una corporazione. E ogni corporazione mira ad aumentare i propri diritti riducendo i propri doveri e le proprie responsabilità. Se possibile, addirittura, prevaricando i diritti dei lavoratori. I partiti maggiori sono per la conservazione del sistema economico.  

Un sistema economico e sociale che, ovviamente, favorisce i grandi colossi, schiacciando invece la piccola e media imprenditoria e i segmenti non corporativi della società. Così vediamo i grossi gruppi industriali e le multinazionali accedere a importanti agevolazioni e meccanismi economici. Così vediamo la magistratura paralizzare l’attività giurisdizionale se un referendum rischia di “aprire” i meccanismi corporativi. O che blocca politici non compiacenti. 

Il sistema, insomma, è sì libero. Ma con i tentacoli corporativi avviluppati a rallentarne l’evoluzione e il superamento. Un sistema democratico, insomma, strangolato da corporazioni, politica consociativa, connivente con corporazioni piacenti, in un sistema economico a favore dei giganti e contro i piccoli. Chi è grande e connivente col sistema ha onori e spazi mediatici. Chi è piccolo o parla per i piccoli è passato sotto silenzio, censurato o combattuto. Lo vediamo coi partiti: chi ha più soldi, più potere e più lobby alle spalle va in TV, nei giornali e trova spazi ovunque. Chi vuol fare gli interessi della società, ma non ha le “spalle coperte” resta voce di un uomo che grida nel deserto.

Una dittatura corporativo-democratica, figlia delle conservazioni volute dal PCI, e che facevano comodo alla DC. Sistema che il fronte dei partiti laici (PLI, PSDI, PRI, PSI e Radicali) voleva superare. Sistema che è stato rinforzato e salvaguardato dalla politica, di destra o di sinistra, della seconda Repubblica. E quando la politica rimane sotto il giogo economico dei privati e delle lobby diventa schiava. E la democrazia si trasforma in oligarchia o in oclocrazia. 

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