La Destra marcia sulla pelle e sui diritti delle donne, delle minoranze

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Meloni donne

Quanto vale un diritto umano? Quanto vale una vita umana? Quanto vale la vita di una donna? Quanto valgono le scelte, l’importanza di scegliere, la facoltà di poterlo fare, il diritto di poterlo fare? E se sei donna?

Un anno si sta concludendo, poche ore ancora e poi ricomincia il conto di nuovi giorni, di nuove battaglie, di nuove scelte. Un anno si è concluso e il conto delle vincite sul piano dei diritti è in negativo. La libertà sembra un assunto sempre più lontano dall’essere conquistato, ancor meno l’uguaglianza e la parità fra esseri umani.

Un anno intero che potremmo scandire sui corpi e sulle facoltà delle donne, delle minoranze tutte.

Il governo e la propaganda della Destra, quest’anno in particolare, si è consumato su questo versante, dall’aborto fino all’imposizione della maternità. Tante piccole, troppe, tappe sono state scanditi sui corpi delle donne, una linea volta a decostruire anni di lotte, di resistenze, di rivoluzioni.

Una Destra capitanata da una donna, Giorgia Meloni, a capo di un Paese, la serva Italia, a capo di un partito, Fratelli d’Italia. Da leader di governo e di partito, la presidente ha inaugurato il suo mandato con due attacchi: aborto e gestazione per altri. Un contro senso, una forma ossimorica. Da un lato l’interruzione di una gravidanza, dall’altro un utero solidale offerto per una gravidanza. Da un lato, Meloni cerca di insinuare, con giochi di retorica e di prestigio magico-linguistico, alternative alla legge 194, dall’altro attacca la gestazione per altri, demonizzandola come reato universale.

La stessa presidente, il 15 settembre 2022, affermava: “Sono surreali le ricostruzioni che dicono che come eventuale primo premier donna toglierei un sacco di diritti alle donne. Quali sarebbero i diritti che vogliamo togliere? L’aborto? No, vogliamo dare alle donne che pensano che l’aborto sia l’unica scelta che hanno il diritto di fare una scelta diversa. Non voglio abolire la 194, non voglio modificarla, ma applicarla integralmente anche nella parte che riguarda la prevenzione. Il che significa aggiungere diritti non toglierli”.

Successivamente, insieme ai fidi compari, Silvio Berlusconi e Matteo Salvini, Giorgia Meloni – donna, madre, cristiana – firmava la Carta Pro vita, contro l’aborto e l’eutanasia.

Poi primo premier donna lo è diventata e le cose sono anche peggiorate. All’alba del suo giuramento a Montecitorio e del conseguente insediamento al Quirinale, la presidente insieme a compagni di partito e di fazione elargiva diverse proposte di legge che se non volevano distruggere la 194, la aggiravano.

Ricordiamo, il forzista Maurizio Gasparri che nell’ottobre 2022, il 19, proponeva un disegno di legge contro l’aborto. Proposta ripresa, poi, il 9 gennaio 2023 dal senatore di Fratelli d’Italia, Roberto Menia, che prevedeva la modifica del art. 1 del Codice Civile, circa la capacità giuridica. Per Gasparri e per Menia, la capacità giuridica non dovrebbe essere ottenuta al momento della nascita, bensì al concepimento, rendendo, per contro, l’aborto illegale e inapplicabile.

Poi è stata la volta di un’altra collega di partito di Meloni, Isabella Rauti, che voleva istituire la Giornata della vita nascente, proposta molto appoggiata dalla premier. Rauti non è l’unica alleata della presidente, la più instancabile è Eugenia Roccella, ministra della Famiglia e delle Pari opportunità – che di paritario ha poco, se non nulla. La ministra e la presidente, a marzo 2023, fanno fianco comune contro l’ideologia gender. Questa volta sembrano appoggiare le donne. Come? Usando una minoranza, contro un’altra minoranza. “Oggi si rivendica il diritto unilaterale di proclamarsi donna oppure uomo al di là di qualsiasi percorso, chirurgico, farmacologico e anche amministrativo. Maschile e femminile sono radicati nei corpi ed è un dato incontrovertibile. Tutto questo andrà a discapito delle donne? Credo proprio di sì: oggi per essere donna, si pretende che basti proclamarsi tale, nel frattempo si lavora a cancellarne il corpo, l’essenza, la differenza. Le donne sono le prime vittime dell’ideologia gender” così ci illuminava Giorgia Meloni.

Marzo è un mese florido per le due donne di politica, la famiglia torna a essere un argomento prioritario. Una famiglia sola, però, quella “tradizionale”. Dalla Prefettura di Milano, Matteo Piantedosi intima al sindaco milanese, Beppe Sala, di interrompere i riconoscimenti dei figli dello stesso sesso. La ministra Roccella commentava: “Il problema è uno solo. La maternità surrogata, che preferisco chiamare utero in affitto perché è più chiaro che c’è una compravendita della genitorialità, un vero e proprio mercato. I bambini di coppie di uomini omosessuali nascono con l’utero in affitto. La questione è se vogliamo legittimarlo oppure no”.

Di qui, oltre alle donne, la battaglia della Destra si è protratta sui bambini e su tutte quelle famiglie reputate non tradizionali.

Arriva aprile e Giorgia Meloni sente di dover dire qualcosa a favore delle donne. La soluzione alla mancanza di lavoratori è incentivare il lavoro femminile. Le donne devono lavorare, devono essere assunte, devono riconquistare il loro posto. Quale posto? Con quale costo? È stato fatto qualche passo avanti verso l’equità salariale tra donne e uomini? No. È stato proposto qualche sgravio fiscale per le donne, ma dobbiamo attendere ottobre 2023.

Dunque, dobbiamo togliere le donne dalle mansioni casalinghe e farle lavorare, con una retorica antiquata, ma il succo è che le donne devono lavorare pr aiutare il Paese. L’economia del Paese che con loro, invece, non è poi così generosa.

Arriva maggio e arriva la proposta di rendere reato universale la gestazione per altri, perché la Destra si è ricordata, in qualche modo, che i corpi delle donne non devono essere sfruttati, non devono essere usati come incubatori. Le donne non sono soltanto degli uteri utili a fare figli, sono altro – questa la parafrasi essenziale dei discorsi della Destra. Un discorso molto particolare, se osserviamo cosa diranno FdI, FI, Lega e affini, nello stesso anno, a ottobre, novembre e dicembre.

A luglio e ad agosto, l’Italia di macchia di gravi casi di stupro ai danni di giovani, piccole, donne. Stupri non singoli – già gravi e orribili di per sé -, ma stupri di gruppo. La risposta di molti uomini di destra? Se l’è cercata; era provocatoria; non doveva bere; se esci e bevi e ti vesti in un certo modo è chiaro che il lupo lo trovi et alia. La risposta di molte donne di destra? Nel migliore dei casi il silenzio.

Corriamo veloci, l’anno si fa ancora più interessante a ottobre, precisamente tra il 16 e il 17. Ricordiamo la famosa libertà sbandierata da Meloni per le donne? Roccella che non vuole che le donne non siano incubatrici? Perfetto. “Decontribuzione? Una donna con due figli ha già dato un contributo alla società Meloni” ha dichiarato la presidente, l’indomani della proposta di permettere alle donne – madri di almeno due figli – di non versare i contributi previdenziali. “Noi vogliamo stabilire che una donna che mette al mondo almeno due figli ha già offerto un importante contributo alla società e, quindi, lo Stato in parte compensa pagando i contributi previdenziali. Vogliamo smontare la narrativa per cui la natalità è un disincentivo al lavoro. Vogliamo incentivare chi mette al mondo dei figli e vuole lavorare”.

Meloni sembrava voler riportare l’orologio indietro di almeno un’ottantina d’anni, verso un periodo molto particolare dell’Italia, quando nasceva l’assegno famigliare. Più figli, più soldi.

D’improvviso, una donna che diviene, dunque, incubatrice, di sua spontanea volontà – come se nella gpa una donna fosse sotto circonvenzione o coercizione – e almeno due volte, contribuisce al Paese. Una donna che non lo fa, che sceglie di non farlo o che non sceglie di non poterlo fare, è una donna manchevole, una donna che non aiuta il suo Paese e, pertanto, meno meritevole. 

A novembre, il femminicidio di Giulia Cecchettin manda letteralmente in tilt l’Italia e il femminismo scende in piazza a chiedere diritti, tutele, garanzie. Il governo promette aiuti, promette nuove leggi, promette tutele maggiori. Solo che il 22 novembre 2023, si scopre che l’attuale governo ha stanziato soltanto 5 milioni di euro per il piano Prevenzione della violenza contro le donne. Il 70% in meno rispetto a quanto stanziato dal governo Draghi, nel 2022: 17 milioni.

A novembre succede anche altro, “Chi vuole abortire deve prima ascoltare il battito del cuore del feto” la proposta di Fratelli d’Italia, nel IV municipio di Roma. Qualcosa già sentito nei mesi precedenti nelle Marche e in Umbria, e non solo.

Dicembre è stato condito da diverse perle, altre ferite e altre violenze aggiuntive alle donne, ma la conclusione è quanto di più ironico e più contraddittorio.

Il 29 dicembre accadono due cose. La prima: “La mia mamma mi diceva sempre: ricordati che qualsiasi aspirazione tu abbia, devi ricordare sempre che hai l’opportunità di fare ciò che vuoi ma non devi mai dimenticare che la tua prima aspirazione deve essere quella di essere mamma a tua volta”. Maternità come massima aspirazione per una donna. Per una ragazzo e un ragazzo di 18 anni. Non il lavoro, non la formazione, non l’autodeterminazione, non l’indipendenza – e la contribuzione – economica e, quindi, la realizzazione professionale, non la libertà o la crescita individuale. No, essere genitori. Così, Lavinia Mennuni, senatrice di Fratelli d’Italia ha professato mentre era ospite a Coffebreak, su La7. “Al di là delle giuste aspirazione di realizzarsi non dobbiamo dimenticare che esiste la necessità, la missione di mettere al mondo dei bambini. Ora userò un termine terribile, che diventerà trash: noi dobbiamo aiutare le istituzioni, il Vaticano, le associazioni, affinché la maternità diventi di nuovo cool”.

Forse alla senatrice, donna in carriera con lauto compenso, non viene in mente che non tutte le donne sono alto borghesi che possono permettersi di poter pagare altre persone per potersi occupare dei propri figli – men che meno a 18 anni, senza lavoro, formazione et alia -, mentre si va a dire alle altre donne cosa fare della propria vita nei salotti tv. Forse alla senatrice – che vuole rendere obbligatorio il presepe e ricordiamo voleva l’istituzione di cimiteri per i feti morti in seguito ad aborto -, sfugge il concetto di scelta, di possibilità economiche, dell’Iva sui pannolini aumentata del 10%, aumentata anche sul latte in polvere. Forse la senatrice, così come gran parte della Destra italiana, sfugge la concretezza della realtà, vivendo in una surreale bolla che non ha pregnanza con la dimensione del presente. “Dobbiamo ricordare alle nostre figlie che la loro massima aspirazione dell’essere fare dei figli” – ricordo le parole della senatrice. Quindi ritorna il concetto di incubatrici a piede libero.

Qui il commento di Elly Schlein, segretaria del PD, tuonò diretta: “Il primo governo guidato da una donna fa ogni giorno scelte contro le donne. Del resto, noi non pensiamo che l’ambizione massima di una donna sia diventare madre o che valga in funzione dei figli che ha”. “Noi non pensiamo che la massima aspirazione di una donna sia quella di essere madre e non pensiamo che il contributo delle donne alla società si misuri sul numero dei figli e delle figlie. L’ambizione di tante deve essere quella di diventare Rita Levi Montalcini e non vedere voi che tagliate fondi alla ricerca” continua Schlein.

Il problema poi si intensifica guardando la legge di bilancio 2024, vedendo sparire tutto quel sostegno decantato alle donne. Dunque, sorge il sospetto che quella della Destra sia solo una propaganda fatta sui corpi delle donne. Una propaganda fatta anche male, perché spesso incoerente e palesemente contraddittoria. A piacimento le donne devono autodeterminarsi e lavorare, ma la loro ambizione primaria è essere madri. L’opposizione, in Parlamento, si è dibattuta fortemente per avere l’equità del congedo parentale, sia per la madre sia per il padre. 5 mesi retribuiti, al fine di dividere l’incarico genitoriale. Perché ribadiamo che non è la madre a doversi occupare dei figli, ma entrambi i genitori.

Le donne non devono essere incubatrici solidali per coppie omosessuali o coppie che desiderano un figlio, ma non riescono ad averlo. Le donne devono essere incubatrici per lo Stato, per aumentare la natalità e ottenere un bonus previdenziale.

Le donne devono essere tutelate dalle violenze, ma possiamo tagliare i fondi per farlo et alia.

La seconda cosa successa il 29 dicembre è la copertina di Libero. Una cosa successa che poteva anche non accadere, ma che qualcuno sentiva la necessità di attuare. La copertina vede Giorgia Meloni e il titolo è “Uomo dell’anno”. Uomo. La provocazione del giornalista Mario Sechi a cui la premier non ha risposto. La stessa premier che – ribadisco ancora – voleva essere definita IL presidente.

Perché sta tutto qui: uomo è il riconoscimento di vittoria. Un uomo è forte, determinato, ambizioso, capace, vincente – almeno nell’ottica medievale maschilista, aggettivi prioritari del maschio. Così la vittoria di Meloni, il suo anno completo al governo merita la medaglia con su scritto uomo. 

Alle porte del 2024, questo Paese torna indietro di secoli, cancellando, ogni giorno, tramite i suoi politici, diritti conquistati. Lotta e sangue di chi quei diritti li ha conquistati. 

Meloni, in conclusione, dovrebbe ricordare che è lì, sul podio a cui tanto tiene, sul trono a cui tanto si aggrappa, sulla copertina con quell’encomio che desiderava, grazie al femminismo, grazie alle donne su cui, insieme ai colleghi di partito e fazione, marcia ogni singolo momento.

Meloni dovrebbe ricordare che, se vogliamo attaccarci ai cliché di genere tanto a lei cari, le donne non dimenticano e come hanno Resistito ottant’anni fa, sapranno farlo anche oggi, insieme a tanti compagni. I diritti non sono qualcosa su cui banchettare e ottenere consensi, Meloni dovrebbe ricordarselo, è una donna anche lei.