I tempi non sono cambiati: c’è ancora discriminazione, c’è ancora omofobia

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“Non è più come prima, i tempi sono cambiati” è la favola che spesso racconta chi non vive in una minoranza. Che tu sia una donna, che tu sia una persona che ha un colore della pelle diverso dal bianco, che tu abbia un diverso credo, che tu sia gay o lesbica, che tu sia asessuato o pansessuale, che tu sia bisessuale, trans o gender fluid. Chiunque non rientri nella casella della “normosessualità”, chiunque non rientri nei canoni che la società indirizza come standard, “normali”, è una minoranza. 

Il tempo scorre lungo le lancette, lungo i calendari, lungo gli eventi, ma ciò non sempre è sinonimo di cambiamento. Serie tv, film, mostre, cinema, manifestazioni, libri: tutto sembra coinvolgere maggiormente la comunità LGBTQI+. Sempre più spesso appaiono protagonisti omosessuali e leggiamo di primi attori, primi ruoli, primati su primati. Eppure, noi, la società, nella realtà non si discosta tanto dall’era dei primati – in termini di evoluzioni e non di risultati ottenuti.

Crediamo che ci sia più apertura, che ci sia una convivenza più tranquilla tra etero e non. Che i termini di accettazione e tolleranza siano ormai obsoleti, che ormai per strada si possa vivere in pace, ma non è così. Questa estate non è stata solo segnata dai terribili episodi di stupro e violenze, registrati a Palermo e Caivano. Quest’estate non è stata tranquilla e pacifica per la comunità LGBTQI+. Del resto tutto l’anno si sono registrati, così come i precedenti, atti di omolesbobitransfobia. Il sito internet omofobia.org denuncia che dal 2012, ogni anno, le denuncia di azioni violente contro persone della comunità LGBTQI+ si attestano su numeri che superano la centinaia. Il picco massimo tra il 2018 e il 2019: oltre le 230. Quest’anno, ancora non terminato, siamo a quota 190. Le regioni in cui i casi sono maggiori sono: Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Lazio, Campania e Sicilia.

A giugno, le vittime erano 40. Tra queste una giovane coppia gay, il 23 giugno 2023, ha visto il portico di casa incendiato da una baby gang. Si erano trasferiti lontano dal centro di Bologna per vivere una vita serena, ma l’omofobia ha travolto loro con insulti e la loro casa con le fiamme.

A luglio, a Pavia, una coppia di ragazzi è stata rincorsa da un uomo che minacciava loro di ucciderli, perché omosessuali. 

Ad agosto, a Torre Pellice, a sud ovest di Torino, un manifesto funebre è stato imbrattato con un insulto omofobo. Adriano Canese, 76 anni, morto il 26 agosto 2023, era il compagno di Corrado Brun. Era una voce della radio locale. Una voce libera che nel 2016 aveva celebrato l’unione civile con il suo compagno. Un amore autentico, una forza inaudita, una costanza quotidiana, offesa da chi coraggio non ne ha. Corrado e Adriano hanno vissuto il loro amore con forza e rivendicazione. Mentre qualcuno, di notte, con vigliaccheria ha manifestato la propria fobia, la propria mancanza di amore. «Non ho nulla da nascondere, da vergognarmi. Loro devono vergognarsi. Certo, mi dispiace che oggi, nel 2023 ci sia ancora qualcuno talmente ossessionato dall’omosessualità da doversi prendere la briga di insultare. Sono andato via da Pinerolo nel 1989 con Adriano perché gli insulti a noi due e i danneggiamenti alle nostre cose erano quasi all’ordine del giorno. Avevano danneggiato anche la nostra radio: radio Armonia. Nel 2016 ci siamo poi uniti civilmente a Torre Pellice. Abbiamo vissuto insieme 39 anni di amore. Certo questo fatto, questa scritta nel necrologio mi amareggia» Le parole di Corrado Brun in seguito all’accaduto.

Tre episodi che si intersecano e si intrecciano ai fatti gravi accaduti, invece, durante i Pride di questa stagione estiva. Da Bologna, passando per Pavia, Chieti, fino a Palermo, i Pride sono stati imbrattati di sangue e violenza. A Bologna un ragazzo ha raccontato una mail indirizzata alla consigliera comunale Porpora Marcasciano e alla vicesindaca Emily Clancy: «Circa 15-20 ragazzini si sono avvicinati. Eravamo circondati, e ci veniva posta la domanda: chi è frocio qui in mezzo? Ho alzato la mano. Da lì in poi, la confusione. Il branco di ragazzi iniziava a inveire fisicamente contro tutti noi. Ci lanciavano pietre, tiravano calci, graffi, borsate in faccia, eravamo soltanto sei e non eravamo in grado di reagire. Poi uno di noi ha iniziato a sanguinare, loro sono scappati. Siamo tornati a casa, terrorizzati». Fatti avvenuti durante il Pride e purtroppo non sono stati isolati, altre le vittime.

A Chieti, durante l’Abruzzo Pride a essere attaccate sono state le famiglie arcobaleno, con minacce, insulti, anche verso i bambini. A Pavia, la giovane coppia gay seguita dall’uomo che li minacciava di morte, dopo il Pride. A Palermo diversi ragazzi hanno denunciato violenze, offese, minacce, insulti. 

A Brescia, oggi, si celebra il Pride, ma come accaduto a Roma, anche qui la provincia si discosta e non concede il patrocinio. «Riteniamo che vada a toccare tematiche politiche e sociali, preferiamo restare neutrali» ha dichiarato il presidente Emanuele Moraschini, del centro-destra. Ad aggravare i toni è Roberta Sisti, segretaria provinciale della Lega: «il Gay Pride sia divenuta una manifestazione di prepotenza, di immagini blasfeme, violente, volgari e offensive».

Non bastasse tutto ciò, agosto è stato mese di dibattito anche per le parole utilizzate dal generale dell’Esercito Roberto Vannacci nel suo libro – autopubblica – “Il mondo al contrario”. Pagine su pagine di considerazioni e parole non solo maschiliste e misogine, ma soprattutto omolesbobitransfobiche. Un libro che ha portato luce su due fattori: il primo è che il testo è divenuto best seller su Amazon, in troppi hanno voluto comprendere cosa l’ex generale avesse proferito. Il secondo, invece, riguarda l’ormai illecita difesa di chi è accusato: non si può dire niente. 

Sulle accuse ricevute, l’ex generale ha affermato che non rimangiava nulla di quanto scritto e in più ha aggiunto: «Non mi sento assolutamente di fare passi indietro, rivendico quanto scritto. Non uso mai parole volgari ma parole di ‘mondo’ e rivendico il diritto ad esprimere le proprie opinioni: non ho alcun problema a sostenere una denuncia per calunnia, se qualcuno riuscirà a dimostrarla».

Il diritto di esprimere le proprio opinioni non è così scontato e non è una libertà sacrosanta. Per quanto questo diritto sia sancito e tutelato dalla nostra Costituzione, la libertà di espressione è, tuttavia, soggetta a limiti. Ovvero se questa libertà non vada a ledere le libertà e le dignità altrui. Pertanto, no, non abbiamo il totale diritto di esprimere le nostre opinioni e non le ha chi offende, chi bullizza, chi utilizza quelle parole per sminuire e screditare altre persone.

In Brasile, lo scorso mese, è stata approvata una legge di tutela contro l’omolesbobitransfobia. In Spagna, le tutele per la comunità LGBTQI+ sono avanguardia giuridica. L’Italia resta ancora indietro, o meglio: in profondità. In Italia si discute di gestazione per altri come reato universale. Si discute di non riconoscere l’omogenitorialità. Si discute sui diritti delle coppie omosessuali, non in termine di concessioni, quando di privazioni. Non si discute di tutela, non si discute di protezione, e ancora una volta: non di discute di formazione e di educazione.

A far rabbrividire è che i molti casi di violenza sono perpetuati da ragazzini, dalle nuove generazioni in cui dovrebbe essere riposta la speranza che il cambiamento sia una possibilità concreta. Non sconcertano le parole di Vannacci, quanto la possibilità che episodi del genere possano continuare ad accadere, che tali espressioni, che tali gesti siano più normalizzati di un amore diverso, di una persona differente, di una natura che si manifesta in un’altra forma.

Lo Stato resta indietro, e insieme la sua nazione. Finché non c’è tutela, finché queste azioni restino impunite, come possiamo guardare al tempo con tranquillità? Come possiamo guardare ai primati e non noi come relitti di una società che non avanza?

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