Recovery Fund: Polonia e Ungheria scacco all’Europa: “Soldi per nessuno”

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L’Europa è a un punto di stallo. Polonia e Ungheria pongono un veto sul Recovery Fund: bloccati 1800 miliardi di euro. I due paesi dell’Est, sotto inchiesta per l’attuazione di leggi che intaccano lo stato di diritto, prendono in ostaggio la UE.
Si schiera anche la Slovenia e la destra italiana. Ma, intanto, perché L’Europa non può espellere questi paesi dall’Unione?

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Recovery Fund: Polonia e Ungheria, la ribellione dell’Est

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Victor Orban, primo ministro ungherese, con Andrzej Duda, presidente polacco.
Ph: Mateusz Wlodarczyk, tramite Getty Images

La pandemia continua a mietere vittime e non soltanto umane. L’economia è ormai al collasso e molti paesi sono vicini alla recessione. L’ultima speranza è rappresentata dal fondo spesa straordinario indetto dall’Unione Europea: il Recovery Fund, 750 miliardi di euro che potrebbero salvare i Paesi europei.

Polonia e Ungheria, però, pongono un veto all’approvazione dell’accordo di bilancio europeo 2021-2027, impedendo l’erogazione dei fondi.
Nello scorso luglio, il Consiglio Europeo aveva varato una clausola che prevedeva l’inaccessibilità all’erogazione a quei paesi che non rispettano lo stato di diritto. Tale clausola è stata, poi, certificata giovedì scorso, durante il Coreper, (il Comitato dei rappresentanti permanenti, organismo degli ambasciatori UE). Un meccanismo approvato dal Parlamento europeo che si trasformerà in legge nella prossima settimana.
Nella medesima occasione, tuttavia, occorreva raggiungere l’unanimità per approvare il bilancio. In questo modo, si sarebbe avviata la procedura dell’aumento dei massimali delle risorse proprie dell’Unione. Da qui, poi, sarebbe partita l’erogazione dei bond dei miliardi stanziati. Il no dell’Ungheria e della Polonia non ha impedito il varo della clausola, ma potrebbe impedire l’arrivo dei fondi a inizio 2021.

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Recovery Fund: c’è chi dice no

Quei miliardi servono a tutte le nazioni, non sono esenti Polonia e Ungheria, prossime alle elezioni. Senza i fondi europei non potrebbero sostenere le campagne elettorali. Il primo ministro ungherese Orban ha dichiarato che le motivazioni del veto sono una risposta all’Europa che vuole attaccare le politiche di migrazione: “La tesi sostenuta dall’Ungheria è che lo stato di diritto verrà riconosciuto soltanto a quei paesi che accolgono i migranti.”
Una tesi abbracciata anche dalla Slovenia. Il primo ministro Janez Janša pone l’accento su un particolare legislativo: “Solo un organo giudiziario indipendente può dire cos’è lo Stato di diritto, non una maggioranza politica”.
A questo coro si aggiunge anche la Destra italiana. Giorgia Meloni difende le volontà di Polonia e Ungheria, incidendo sulla volontà dell’Europa di minare le radici classiche e cristiane di quei paesi e non solo, attraverso questa clausola imporre le proprie norme di immigrazione illegale di massa.

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Perché l’Unione Europea non espelle uno stato membro?

Recovery FundEspellere uno stato dall’Unione Europea non è semplice e porterebbe a conseguenze gravi sulla stabilità degli altri stati membri.
I paesi dell’ex blocco sovietico, sin dall’entrata nella Comunità Europea, furono reputati poco inclini al rispetto di valori europei come diritti umani, legalità degli apparati burocratici, libertà e indipendenza dei tribunali e media. Ciò causò delle perplessità che si tradussero in alcuni strumenti volti a veicolare le illazioni o le irregolarità.

Nel 2007, nel Trattato di Lisbona, fu varato un meccanismo (l’articolo 7) che sospendesse alcuni dei diritti di un paese europeo, in caso di violazione dello stato di diritto (articolo 2). Tra questi c’è il diritto di voto nelle sedi istituzionali. Ritenendo l’articolo 7 sufficiente, non è mai stata creata una pratica di espulsione.
Tale meccanismo si rivolge alle violazioni di un solo membro e per sospenderne il voto occorre la votazione unanime degli altri stati. Così Polonia e Ungheria hanno unito le forze, impedendo l’attuazione dell’articolo 7.
Un’opzione sarebbe l’articolo 50, scelto dal Regno Unito, ma si tratta di un’uscita volontaria di uno stato e non di espulsione. Allo stato attuale, non esiste alcuna legge che possa permettere all’Europa di espellere un membro.

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