Sanremo senza i veri Måneskin?

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All’indomani dell’esibizione della rock band italiana più famosa di sempre sul palco sanremese, complice la notte che come si sa porta consiglio, una riflessione credo vada necessariamente fatta. Tralascio per noia di riaffrontare la storica polemica tra chi ama il Festival e chi, invece, lo denigra con supponenza e soverchia snobbandolo e spergiurando di non vederlo per poi correre guardare i video ed ascoltare le canzoni su youtube per poi puntualmente venir “sgamati” dai numeri e dalle percentuali di ascolto della manifestazione sanremese che crescono inesorabili anno dopo anno…

Ma torniamo alla Band romana, prima nelle classifiche di ben 18 paesi nel Mondo e nella top10 di altri 20, spacca e rumoreggia la scena musicale con apparente semplicità. È innegabile che, da ormai da più di tre anni, sia la novità musicale più gustosa e certamente la più degna di attenzione. Non fosse altro per aver contribuito a rilanciare il movimento rockettaro assonato da qualche anno e soppiantato da una musica tutta digitale ed imperniata per lo più su messaggi di disagio sociale e che pesca nel caro ed oramai vecchio RAP.
I quattro ragazzini (uso questo termine non con accezione negativa ma perché sono davvero “cciovani” e certamente musicalmente preparati) rapidamente, dicevamo, dismesse le chitarre acustiche dalla romana “via del Corso” hanno imbracciato i nuovi strumenti blasonati e nuovi di zecca per portarli sui palchi più importanti delle kermesse Rock in giro per il mondo. Dall’Eurovision, passando per l’onorevole apertura del concerto dei Rolling Stones, arrivando a suonare e intrattenere il proprio variegato pubblico in concerti organizzati in tutti i paesi non belligeranti dei continenti terrestri.
Per spiegare cosa abbiano di tanto speciale i Måneskin, di recente, ho scomodato finanche la statistica e l’analisi fattoriale classificando il rock tra quello più festaiolo (Re della Festa), quello più intimista (Rock malinconico), alcuni inni rock alla Bon Jovi (Rock solenne) e un Rock un po’ più moderato, allegro ma non forte (Party ma non troppo); il risultato? presto detto: i Måneskin si collocano esattamente al centro (intorno allo zero in un quadrante cartesiano) delle quattro tipologie di Rock. Musicalmente la musica dei non certi silenziosi e bonari (zitti e buoni) rockers nostrani è indubbiamente coinvolgente ed è riuscita nel miracolo di avvicinare fans di tre generazioni: chapeua!
Per chi, però,  poco dopo le 22 era davanti alla TV a seguire il Festival di Sanremo, credo, abbia notato sin dall’arrivo in scena dalle retrovie del palco una inaspettata calma, forse finanche sonnolenza dei “nostri” musicisti. Un apparente torpore che nemmeno, saliti poi sul palco, svanirà alle primissime note di “I wanna be your slave”. L’esibizione nel complesso è stata musicalmente perfetta, eseguita senza sbavature e senza problemi tecnici, senza “mute” negli auricolari e senza interruzioni operate ad arte (Blanco e Grignani docet ndR) ma qualcosa ha stonato.
Sarà forse l’aspettativa di un “coup de théâtre” o l’asticella posta sempre più in alto dei fans, ma quella di ieri sera non è sembrata la migliore esibizione della Band. I quattro erano, come dire, certamente in sincrono perfetto, ma slegati. Sono apparsi slacciati e quasi autonomi, ognuno ha “recitato” la propria parte alla perfezione, ma senza amalgama; spenti! Anche Damiano – il frontman – non è riuscito a rimbalzar fuori dal palco ed a dare alla performance quella marcia in più che i loro live hanno da sempre colpito ed affascinato i fans. Completamente assente Thomas, complice una regia che si attardava maliziosa più sulle natiche e sulle calze smagliate di Victoria, la Stratocaster gialla era si potente ma relegata nell’angolo alla sinistra di Damiano e nulla più. Dal basso (alla destra del frontman) le cose non sono sembrate diverse nonostante qualche ammiccamento e qualche mimata gestualità sessualizzata tipica del rock di quelli più “selvaggi”.
Un’esibizione certamente di livello e bella da guardare, in cui solo Ethan Torchio, il batterista famoso per la sua timidezza, è “au contraire” venuto fuori mostrando grinta e inscenando una rumorosa performance tra rullanti e piatti d’ottone. Certo la presenza di Tom Morello, tra i migliori chitarristi del Rock Underground mondiale, si sapeva avrebbe potuto schiacciare i quattro “ragazzini” ma c’era altro: ieri sera i Måneskin non erano i soliti Måneskin. Non per affidarsi alle sterili polemiche o al Gossip (come l’ultima Hit) ma, abbiamo avuto l’impressione di un apparente scollamento e, forse, di una spasmodica ricerca di un’autonoma individualità da parte di Damiano e della stessa Victoria. Dispiace, certo, ma siamo convinti che la pausa dal tour mondiale che durerà fino alla fine del mese di febbraio possa dare ai ragazzi il giusto riposo, rilanciare la Band e riconsegnarla al pubblico grintosa e rockettare così come ci hanno abituato negli ultimi anni.

Il redivivo rock, ha ancora tanto bisogno dei cari, innovativi e vecchi Måneskin!

PhD G. Di Trapani

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