The Seoul Guardians: doppio premio al FEFF 2026 – l’intervista di KoreaME ai protagonisti

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Seoul Guardians
Photo © 2026 Pastorutti/FEFF

Il 28 aprile, in occasione della 28ª edizione del Far East Film Festival, KoreaME ha avuto il privilegio di intervistare il regista Kim Jong Woo e la produttrice Jo Sona, protagonisti del documentario The Seoul Guardians. Presentato a Udine tra i titoli più attesi della selezione, The Seoul Guardians ha conquistato anche il pubblico e la critica, aggiudicandosi due importanti riconoscimenti al FEFF 2026: il Golden Mulberry Award – Audience Vote (2° posto) e il Black Dragon Award (ex aequo), condiviso con Fujiko (Giappone).

The Seoul Guardians (Corea del Sud, 2026, 72’) è un documentario che si inserisce nel cuore della storia politica contemporanea coreana, raccontando in presa diretta una crisi istituzionale che ha visto cittadini, giornalisti e rappresentanti pubblici reagire insieme per difendere l’ordine democratico. Diretto da Kim Jong-woo, Kim Shin-wan e Cho Chul-young, il film adotta uno stile immersivo e diretto, restituendo allo spettatore la tensione e l’urgenza di eventi vissuti in tempo reale.

Di seguito, l’intervista integrale realizzata da KoreaME, tra riflessioni sulla responsabilità del racconto, memoria storica e il valore universale della partecipazione civile.

“I guardiani di Seoul siamo tutti noi?”

D. All’interno del documentario vediamo cittadini, giornalisti e rappresentanti istituzionali reagire in tempo reale alla crisi che stava colpendo il Paese. Possiamo considerare i “guardiani” di Seoul le persone comuni che, in un momento critico, scelgono di non rimanere a guardare?

R. Anche per me è stato sorprendente. Però, dato che questo è il mio lavoro, ho sentito che dovevo uscire, filmare e raccontare ciò che stava accadendo. E non ero l’unico: molte persone hanno fatto la stessa scelta.
Chi si trovava lì ha semplicemente fatto il proprio dovere. Ovviamente, era necessario impedire all’esercito di entrare. Ciò che colpisce davvero sono i cittadini. Non so nemmeno io spiegare fino in fondo cosa li abbia spinti a scendere in strada, ma è qualcosa di profondamente ammirevole. Probabilmente hanno sentito che, se non si fossero mossi in quel momento, sarebbe potuto accadere qualcosa di molto grave. E posso dirlo con certezza, perché ero lì: non c’era nessuna guida, nessun comando. È stata una reazione spontanea.

Seoul Guardians
Foto di Tiziana De Pasquale

The Seoul Guardians: tra osservazione e coinvolgimento

D. In The Seoul Guardians avete documentato gli eventi all’interno dell’Assemblea Nazionale in una situazione di grande tensione. Come avete gestito, da un punto di vista di regia e produzione, l’equilibrio tra osservazione e responsabilità nel raccontare un momento così delicato?

R. Non mi sono limitato a osservare. Anch’io ho contribuito a costruire le barricate.
Allo stesso tempo, chi aveva una telecamera sentiva una forte responsabilità: partecipare attraverso il racconto, documentare, registrare. Alcuni facevano persino dirette streaming. Personalmente, però, dovevo anche proteggere il mio team. Questo era fondamentale.
Se la situazione fosse diventata ancora più grave, credo che avrei partecipato in modo più attivo, come gli altri. È un pensiero che riconosco essere anche pericoloso. A volte mi chiedo cosa sarebbe successo se tutto fosse durato altri due o tre giorni.

Il peso della memoria

D. Nel racconto emerge il peso della memoria storica coreana. Quanto è stato importante questo contesto nel dare significato alle immagini che stavate documentando?

R. Abbiamo riflettuto molto su questo aspetto. Per me era chiaro che non volevo utilizzare materiali d’archivio: non per una scelta estetica, ma per una questione di responsabilità. Dovevo capire davvero cosa stavo raccontando. Per questo ho sentito il bisogno di conoscere a fondo eventi come Gwangju. Oltre alle immagini già note, esistono momenti più intimi e profondamente umani.
Non si tratta solo delle vittime, ma anche delle persone che, pur sapendo di essere in pericolo, hanno scelto di restare. Nel documentario raccontiamo anche gesti simbolici, come quello di avvolgere i corpi dei morti nella bandiera nazionale.
Sono storie di persone che hanno messo in gioco tutto. Da queste storie nasce un’etica: ed è proprio questa etica che dà senso al film e alla necessità di raccontarlo.

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The Seoul Guardians come messaggio universale

D. In un momento storico in cui la democrazia viene messa alla prova a livello globale, pensate che il concetto di “guardiani” possa avere un valore universale?

R. Credo di aver capito solo recentemente che questa non è solo una storia coreana.
Quando abbiamo presentato il film a Rotterdam e a Udine, osservando le reazioni del pubblico, ho avuto la sensazione che fosse una storia in cui tutti potevano riconoscersi. Non voglio dire che la Corea sia migliore o abbia trovato una soluzione. Spero piuttosto che questo film possa offrire un momento di ispirazione condivisa, un’occasione per dialogare. Non credo che un film possa cambiare la società. Ma credo nell’esperienza collettiva del cinema. Quando le persone mi fermano per strada, mi raccontano cosa hanno provato, condividono le loro esperienze… in quei momenti sento che la democrazia prende forma. Mi piacerebbe che questo film potesse creare proprio questo: non una soluzione, ma un punto di partenza

The Seoul Guardians non è solo un documentario, ma un’esperienza che invita a fermarsi e riflettere. In un panorama in cui le immagini scorrono veloci e spesso perdono profondità, questo film ci ricorda il valore dello sguardo consapevole e della responsabilità collettiva. Non offre risposte semplici, né soluzioni immediate, ma apre uno spazio necessario: quello del dialogo. Ed è forse proprio qui che risiede la sua forza più autentica, nella capacità di trasformare una storia locale in una domanda universale, che riguarda tutti noi.