Roma, vaccino contro Hiv allo Spallanzani: il racconto di un attivista al trial

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Vaccino Hiv

Il vaccino Hiv avverso potrebbe non essere molto lontano. La sperimentazione di Johnson & Johnson, all’Ospedale Spallanzani di Roma, raggiunge la fase 3. Un traguardo importante, se l’efficacia verrà dimostrata, non mancherà molto prima di soccorrere milioni di persone in tutto il mondo. L’Hiv, in Italia, ha un’incidenza pericolosa. 2,2 casi ogni 100.000 persone. In Europa 3,3. Da oltre 40 anni le vittime continuano ad accumularsi. In tanti sono asintomatici e non mostrano segni anche per oltre 10 anni. Edoardo Evangelista ci parla dell’importanza della prevenzione e della sensibilizzazioni. Le armi più grandi per questa immensa guerra per restare in vita.

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Lo Spallanzani di Roma arriva alla Fase 3 del Vaccino contro l’Hiv

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Roma – L’incubo dell’Hiv potrebbe, forse, avere fine. Una fine pregata, ricercata, che ha il sapore di troppe vittime di una malattia tra le peggiori conosciute dall’uomo. Sì, perché l’HIV che diventa AIDS, non dà tregua all’umano da oltre 40 anni. Dalla sua scoperta, il virus ha continuato a replicarsi, lasciando sulla sua scia il sangue di tante vittime. Dal 2020, tra i più colpiti gli uomini omosessuali. Prima il primato toccava agli eterosessuali. Tuttavia, la popolazione omosessuale maschile, di uomini che amano uomini, è più a rischio. Quelli stigmatizzati, guardati come reietti, distorti. I sodomiti perversi. Oggi, la rapsodia cambia e gli MSM sono tra le persone che si tutelano maggiormente. Che si difendono, che portano avanti questa battaglia insieme a tutta la comunità.

Da decine di anni, questa guerra continua a mietere corpi senza badare alla differenza di sesso, genere, ricchezza, colore della pelle e abilità possedute. Eppure, l’eco di chi chiede fondi, ricerche, cure, si rinforza ogni giorno. La comunità rainbow è certamente la portavoce, la mano che stringe il vessillo; ma non è l’unica. La medicina continua la sua corsa e, proprio in Italia, si accende una luce di speranza. Già prima del vaccino anti-Covid diversi studi cercavano una cura o un vaccino. Negli ultimi anni, tutto questo si sta tramutando in realtà. Johnson & Johnson, da quasi due anni, porta avanti la sperimentazione del vaccino all’Ospedale Spallanzani di Roma. Una delle sedi globali in cui il trial ha sede. Abbiamo intervistato l’attivista Edoardo Evangelista che ci racconta il suo percorso nello studio clinico che raggiunge la fase 3.

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Edoardo Evangelista, tra attivismo e volontariato, racconta il trial clinico

Partecipi alla sperimentazione del vaccino contro l’Hiv dell’Ospedale Spallanzani. Puoi raccontarci com’è iniziata questa avventura e di cosa si tratta?
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L’attivista Edoardo Evangelista, 31 anni, abruzzese e tante altre etichette. Ph: Roberto Improta

È un’avventura iniziata casualmente. Da diverso tempo faccio volontariato al Gay Center di Roma, nei servizi salute, in cui offriamo assistenza e test gratuiti alle persone della comunità. Un giorno, al Center, ho visto questo volantino dello Spallanzani in cui cercavano candidati un vaccino sperimentale contro l’HIV. Dovevano essere rispettati determinati requisiti: sieronegativi, età tra i 18 e i 55 anni, uomo, non importa se cisgender o transgender, che fa sesso con uomini cisgender/transgender. Insomma, un ambito di ricerca circoscritto alla popolazione MSM – Men have Sex with Men, uomini che fanno sesso con uomini. Tramite il volantino ho lasciato i miei recapiti. Dopo 10 giorni, sono stato ricontattato da un infettivologo dell’ospedale che mi ha spiegato tutto quello che dovevo sapere, il dosaggio, i rischi, i benefici.

A tal proposito puoi descriverci l’iter di questo trial clinico, quali sono gli aspetti fondamentali da considerare?

L’iter di base è costituito da alcuni passaggi. Lo step iniziale è dato dalla verifica dello stato sierologico di una persona. Al trial clinico possono partecipare soltanto persone sieronegative, quindi che non hanno contratto il virus. In aggiunta, oltre al test HIV sono stati effettuati altri test MST, cioè malattie sessualmente trasmissibili. Quando è stato certificato il mio stato negativo, mi hanno ammesso al trial. Dopodiché, ho risposto a un’intervista sulla mia vita sessuale, sull’uso di droghe, sul mio stile di vita insomma. Lo studio dura due anni e mezzo e consta nella somministrazione di quattro dosi di vaccino. Una al mese 0, poi al mese 3, al mese 6 e al mese 12. Ogni tre mesi, per la durata della sperimentazione, vengo testato per controllare lo stato di salute, lo stato sierologico, e ovviamente i test per le MST: gonorrea, sifilide e altro.

Le prime due dosi sono del vaccino, le seconde due sono costituite dal vaccino più un coadiuvante per aiutare il sistema immunitario ovviamente. Non so se mi hanno somministrato il vaccino oppure il placebo, è uno studio a doppio cieco. Un gruppo di vaccinati e un gruppo di controllo. Non lo so io e non lo so nemmeno la dottoressa che mi segue. Verrà rivelato al termine dello studio, per evitare bias cognitivi. Attualmente, il trial è alla fase 3, dove viene testata l’efficacia del vaccino sui grandi numeri. Lo scopo è quindi verificare che il gruppo dei vaccinati si infetti sensibilmente meno del gruppo di controllo, ossia quelli che hanno ricevuto il placebo. In questo modo si dimostrerebbe che si tratta di un vaccino efficace.

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Quali sono i rischi del vaccino? Le persone che hanno assunto il placebo possono contrarre il virus? 

Vaccino hivEssendo in fase 3, abbiamo già superato i controlli di sicurezza delle precedenti fasi. Non vi sono rischi particolari associati al vaccino, se non quelli propri di qualsiasi altro vaccino. Possono insorgere mal di testa, febbre, spossatezza, dolori muscolari/articolari. Nulla che non scompaia nel giro di 24/48 ore. Le persone che hanno ricevuto il placebo non hanno nessuna protezione nei confronti del virus, diversamente dai vaccinati. Di conseguenza, laddove pratichino sesso non pretetto, hanno possibilità di contrarre il virus.

Prima affermavi che lo studio si concentra sulla popolazione omosessuale maschile (MSM) perché a più alto rischio di contagio, quali sono le ragioni?

La popolazione MSM è quella più a rischio per una serie di motivi. In primis, praticano maggiormente sesso anale. Il tessuto della mucosa del retto è sottile, pertanto più soggetta a lesioni. I liquidi seminali entrano a contatto con la ferita e di qui il contagio. Un altro dei motivi di rischio si deve al comportamento sessuale MSM. Talvolta, più tendente alla promiscuità, quindi a condizioni di esposizione al contagio. Tuttavia, essere più a rischio non significa che si contrae maggiormente il virus. Anzi. Negli anni, essendo la popolazione più a rischio è diventata anche quella più attenta. Ciò significa che gli MSM prendono più precauzioni e sono consapevoli dei pericoli. Usano di più il preservativo o altre tipologie di prevenzione come la PrEP, profilassi pre-esposizioni, o la PEP, profilassi post-esposizione. Inoltre, si sottopongono a test. Il testing e lo screening sono uno strumento utile a contenere il contagio. La popolazione eterosessuale, nonostante non sia la popolazione più a rischio, è meno sensibile al tema. Si testa molto meno, magari utilizzano meno precauzioni. Questo contribuisce a diffondere il virus. Chi non usa precauzioni e non si testa, si espone al rischio.

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Prevenzione e sensibilizzazione: le armi per contenere il contagio da Hiv

Perché non esiste già un vaccino e quali terapie esistono oggi?
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Edoardo Evangelista, vive a Roma e lavora in borsa, non è single e ama Virginia Woolf.
Ph: Roberto Improta

A oggi, non ci sono ancora dei vaccini. Sin dagli anni ’80, quando il mondo ha scoperto il virus, si è provato a cercare una cura o un vaccino. La difficoltà sta nel fatto che ci sono tanti ceppi. È un tipo di virus che si replica velocemente. Nel momento in cui si replica va ad abbattere il sistema immunitario che non ha il tempo di combattere l’invasore. Ciò detto gli strumenti che abbiamo a disposizione sono ovviamente le protezioni che si possono utilizzare e sono banalmente nuovo il preservativo, il DentalDem e tutta una serie di strumenti che creano appunto delle barriere nell’attività sessuale. Che prevengono l’infezione.

Esiste anche la prevenzione di tipo farmacologica: la PrEP e la PEP. La PrEP è una terapia antiretrovirale che una persona può assumere prima di fare sesso non protetto e non sicuro. Nel momento in cui si assume, con un certo dosaggio, si previene l’infezione. Qualora, invece, una persona abbia avuto un rapporto a rischio e non è sicura dello stato sierologico del partner o delle persone può assumere la PEP. Possibilmente nelle successive 24/48 ore e non oltre le 72 ore, per un mese. In questo modo abbatte il virus, che non avrà il tempo di replicarsi all’interno dell’organismo. Questa terapia antiretrovirale, in realtà, è la stessa che seguono le persone con HIV. La terapia consente a queste stesse persone di avere una vita totalmente normale. Abbatte la carica di viremia a un punto tale per cui il virus non è più rintracciabile all’interno del sangue. Difatti si usa la terminologia U=U, Undetectable Equals Untrasmittable.

Ci parlavi del tuo attivismo al Gay Center, quali strumenti utilizzate per sensibilizzare le persone sul tema e abbattere lo stigma della malattia?

Principalmente attraverso lo screening HIV gratuito che offriamo presso la nostra sede, per cui è sufficiente andare sul nostro sito e prenotarsi. I test vengono fatti gratuitamente e la persona resta anonima. In più organizziamo eventi a tema, serate, dibattiti, interventi, soprattutto in occasione della giornata mondiale contro l’AIDS che ricorre ogni 1° dicembre.
Ciò che è importante che venga compreso è che le persone sieropositive sono uguali a chiunque altro. Non vanno viste come degli untori, o peggio, prossimi alla morte. Non è così. Il virus è infettivo solo attraverso lo scambio di fluidi seminali e sangue. Non si trasmette attraverso la saliva.

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