È il caso di dire agli uomini cosa non fare, di dire agli uomini di imparare

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Violenza contro le donne

Dio, patria, famiglia. Uomo, stato, patriarcato. Padre, figlio e spirito santo. Il nostro Paese, l’Italia, sembra avere un’affezione morbosa verso i dettami, verso le leggi universali, verso le dottrine, verso tutto ciò che imbottiglia, cataloga. Quasi come una camicia, che casca a pennello, si ignorano le grinze, si ignora il fatto che occorre non muoversi troppo per evitare che si sgualcisca. Occorre restare immobili, perché i cambiamenti, i mutamenti la farebbero uscire fuori dai pantaloni e questo non sarebbe degno dell’etichetta, del dettato, di ciò che è consono.

Un esempio forse bizzarro, eppure quasi – con gioco di parole – calzante. In questo Paese, è scomodo cambiare idea, se non per seguirne una nuova – per un momento, sia chiaro – per pantomima, per seguire la corrente, ma, di fondo, il credo è sempre più importante della popolarità.

Scardinare un’idea, un pregiudizio, un dogma, un concetto, un preconcetto, in questo Paese, è difficile, se non estenuante. Siamo lenti, siamo immaturi, siamo retrogradi, siamo ciechi – a convenienza. Dagli anni ’60, questo Paese, è come se fosse diviso in due parti: una ferma, immobile, ottusa, l’altra cresce, impara, osserva. La prima, chiaramente, in un modo o nell’altro, è sempre armata di bavagli per zittire la seconda, ha dei megafoni per non far udire le proteste, ha delle corde per impedire che faccia movimenti bruschi, ha delle chiavi per sigillare le porte nelle quali rinchiudere. 

Descritto in questo modo, sembra che in questo Paese viga una dittatura. Non è così, più che dittatura, vige l’ideologia. Il Patriarcato. Dio, patria e famiglia. In questo Paese, le cose “devono” funzionare in un certo modo, ma questo modo sembra non stia producendo giovani più produttivi, uomini capaci di sollevare le masse, non sta istruendo menti che gestiscano il progresso.

Dagli anni ’60 – ma anche prima – il dibattito sul patriarcato è sempre maggiore, fa sempre più paura vedere cosa ha generato e cosa continua a degenerare, eppure si sposta l’attenzione altrove, spostando il problema altrove, minimizzando gli eventi e le conseguenze. Fino a quando?

Nei giorni scorsi, tra i 106 femminicidi finora attuati – domani, potrebbero essere 107, tra quattro giorni 108, e così via ogni 72 ore – il penultimo, il numero 105 ha significato qualcosa, ha smosso qualcosa, ha evidenziato più di qualcosa. La centocinquesima donna uccisa quest’anno si chiamava Giulia Cecchettin e il suo caso ha paralizzato questo Paese. Perché? Dal primo giorno, dalla denuncia di sparizione del padre e della sorella, chiunque si aspettava il macabro finale. Perché? Le dinamiche, gli eventi, i precedenti, le confessioni, tutti i “consueti” indizi che si ripetono ancora e ancora e ancora. Perché? Conosciamo, paradossalmente, più i nostri assassini che i nostri difensori.

Cecchettin aveva dichiarato alle amiche di voler chiudere, lo aveva detto anche a lui. Cecchettin conosceva il patriarcato, conosceva la fenomenologia del macchiamo, del narcisista manipolatorio. Cecchettin non voleva più vivere un giorno con quel “bravo ragazzo” che minacciava di uccidersi se non fosse tornata con lui. Cecchetin voleva laurearsi, doveva solo discutere la tesi, ma lui era indietro, la invidiava, aveva paura che lei raggiungesse vette troppo lontane da lui, aveva paura che lei vivesse lontana da lui. Cecchettin ha accettato di vederlo per un ultimo appuntamento, l’ennesimo fatale.

In questa brevissima, quanto inutile, sintesi c’è quello che chiunque si aspettava accadesse. Per giorni, chiunque ha seguito questo caso con una piccola fiammella nel fondo dell’animo, piccolissima, eppure era lì a sperare che i due ex tornassero a casa, insieme. Dal giorno in cui Giulia Cecchettin è morta, i social erano invasi di messaggi, di proteste, nei giorni a seguire le voci si sono moltiplicate, si sono centuplicate. Alle richieste di minuti di silenzio in segno di cordoglio, sono seguiti in risposta minuti di urla e rabbia e le piazze hanno accolto tutte le voci arrabbiate e stanche.

Di qui, anche il governo ha seguito l’onda di quelle urla e credeva di placarle con un ddl riparatore: aggiungere norme e cavilli per vendicare. Ancora una volta, è tutto sbagliato. Siamo immaturi, siamo indietro, non siamo, non ci siamo. Non occorre vendicare, occorre tutelare, occorre prevenire, occorre educare.

Dagli anni ’60, c’è quella parte di questo Paese – di mondo – che è cresciuta, il femminismo è diventato intersezionale, è mutato, ha compreso, le persone hanno compreso che non c’è una persona, ci sono le persone, con le differenze, le unicità, le problematiche e le risoluzioni comuni. Dagli anni ’60, quella parte si è istruita, ha guardato il mondo intorno, ha compreso i limiti di quello spazio e del proprio. Da secoli, le donne si interrogano: sul loro modo di vestirsi, sul loro modo di esistere, sul loro modo di esistere in relazione all’uomo, sul modo in cui possono lavorare, possono chiedere, possono ottenere, possono conquistare. Le donne, da secoli, si sono confrontate per capire come meglio inserirsi in questo circo gestito dagli uomini.

La questione, però, non è istruire le donne. Le donne sono preparate. Ancora una volta, occorre ribadire gli uomini.

Nascere donna vuol dire tante cose, al di là del menarca, degli stereotipi, della gestazione, dell’essere la culla del miracolo della vita. Nascere donna vuol dire ottenere, insieme al dono del respiro con il primo vagito, anche il decalogo su come affrontare il mondo. Un vademecum che viene scolpito, giorno dopo giorno, sulle circonvoluzioni cerebrali. Non puoi indossare dei vestiti succinti, non puoi camminare di notte da sola, non puoi essere scurrile, non puoi disturbare. Devi accettare questo e devi accettare quello. Devi accettare le colpe, devi accettare quello che ti viene dato, devi, non devi, devi, non devi. 

Una donna, di sera, quando torna a casa, se non prende un taxi, cammina per strada chiamando qualcuno. Una donna, se prende il taxi, ha il terrore gli accada qualcosa per mano dell’autista, o una volta scesa dalla vettura. Una donna, quando esce di casa, si sente giudicata per come si è vestita. Una donna, se esce, si sente additata se beve un bicchiere in più. Una donna, a lavoro, si sente giudicata per il ruolo che ricopre. Una donna, si deve giustificare per il suo lavoro, per le sue scelte. Una donna, deve motivare, chiarire, sottolineare i motivi per cui non vuole essere madre. Una donna, deve farlo anche se vuole restare a casa con i figli. Una donna, deve condividere la posizione del suo cellulare quando esce, specie la prima volta con un ragazzo. Una donna, è invitata a non accettare l’ultimo appuntamento con il proprio ex. Una donna, viene istruita a imparare un gesto per far comprendere agli altri che potrebbe subire una violenza. Una donna, deve motivare la scelta di voler abortire. Una donna, deve guadagnarsi il rispetto del compagno. Una donna, deve essere all’altezza degli uomini. Una donna, deve dare conto di come appare il suo corpo. Una donna, spesso non è indipendente. Una donna, ancora, deve chiedere il permesso. Una donna, deve.

Gli uomini? Agli uomini chi dice cosa fare? Gli uomini, spesso, vengono indicati come bestie, come mostri, come degli animali irrazionali, come degli esseri non capaci di raziocinio e per questo, chiunque li additi così, è colpevole. Eppure, facendo ricorso alla logica di base, se una donna deve rinunciare a un confronto per paura di essere uccisa, l’uomo cos’è? Se una donna non deve bere troppo per potersi difendere e manifestare con lucidità il suo consenso, l’uomo cos’è? Se una donna deve motivare, spiegare, farsi comprendere bene, l’uomo cos’è? Se una donna deve imparare a girare quattro volte a destra, per capire se qualcuno la sta inseguendo, l’uomo cos’è?

Ribadiamo da sempre che inasprire le leggi per vendicare le donne non è utile, quella giustizia non le farà tornare in vita. Fare un’ora di educazione affettiva – e nemmeno sessuale – a scuola, non è abbastanza. 

Occorre l’istruzione, occorre cambiare rotta, occorre uscire da questo triumvirato Dio, patria, famiglia.

Rita Talamelli è la numero 106. Una donna, ha paura a difendere un’altra donna. Lei ha difeso Giulia Cecchettin davanti al suo compagno e lui l’ha accoltellata. 

Partiamo dall’assunto che gli uomini non sono bestie, non sono mostri, non sono essere irrazionali. Partiamo dall’assunto che ok, non tutti gli uomini. Partiamo, però, dallo smettere di definirli, a prescindere, “quel bravo ragazzo”. La narrazione della vicenda di Giulia Cecchettin è stata la brevissima, quanto utile, sintesi di quanto accade da decenni, secoli, e ancor di più. Lei segue i tanti deve, lui è un bravo ragazzo, nessuno se lo aspettava. Nessuno? Davvero?

Delle tante azioni, la più utile, urlata, richiesta, tanto da far sanguinare le corde vocali, è educare gli uomini. Gli uomini devono. Gli uomini hanno bisogno di imparare, di confrontarsi fra loro, di capire cosa stanno facendo, alle donne e a loro stessi. Il patriarcato non lo abbiamo inventato noi. Non ferisce solo le donne, ferisce tutti. Gli uomini non sono bestie, sono uomini e in quanto tali possono e devono imparare, devono capire, devono aprire gli occhi.

L’amore non è possesso, l’amore non è screditare la compagna con cui si condivide la vita, l’amore non è controllare un cellulare, non è avere il controllo, non è sminuire, non è ignorare. L’amore non è possesso, non è violenza, non è sopraffazione, dominio. L’amore non è ammazzare, stuprare, ferire, imprigionare.

Giulia Cecchettin ha dimostrato ancora altro. Lei sapeva. Lei era una donna istruita, una donna che conosceva il patriarcato, che conosceva le violenze di genere, che conosceva il femminismo, eppure è accaduto lo stesso, perché la responsabilità non è delle donne. Non sta alle madri crescere figli maschi che non uccidano altre donne, altre mogli, altre madri.

Le donne sanno perfettamente – o almeno la maggior parte – quali sono i problemi. Tocca agli uomini, alla patria, allo stato educare, risolvere questo enorme problema.

Un donna non può essere uccisa ogni 72 ore. Una donna non può essere violentata ogni giorno. Una donna non può subire molestie ogni ora.

Una donna vuole essere libera di vivere.

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