La violenza sessuale è un problema che riguarda tutti noi: nessuno escluso

0
262
violenza sessuale

Tendiamo spesso ad avere molta cura del nostro riserbo, della nostra vita, della nostra persona. Tendiamo a curarci, a preservarci, a cercare di non essere feriti. A camminare, nel percorso di questa esistenza, cercando di accumulare quanto meno cicatrici possibili e la maggior parte di queste cicatrici, spesso, insorgono nel rapporto con l’altro. L’esperienza della vita umana – come da insegnamento, come da natura, come da bisogno – sembra quasi imprescindibile dall’incontro con l’altro. Una vita senza legami sembra apparire vuota, vana, quasi non vissuta. Viviamo costantemente di incontri, di legami, di rapporti. Con gli amici, con i famigliari, con i colleghi. Condividiamo spazi, in metro, in un bar, in un aula, in un ufficio, in fila alla cassa o in uno studio medico, in farmacia. Viviamo questa esistenza condividendo il tempo e gli spazi, le emozioni e le sensazioni, eppure poco comprendiamo degli spazi altrui, delle sensazioni e dei bisogni degli altri. 

Non siamo educati a comprendere l’altro. Siamo così focalizzati dal nostro di spazio – ad abitarlo, ad arredarlo, a condividerlo, a crederlo unico -, da non comprender quando termina il nostro e quando inizia quello in cui abita chi ci è di fronte. Soprattutto nel sesso, nell’interazione intima tra due corpi, nell’interazione tra il piacere proprio e quello dell’altro. Nel sesso, così come in molti aspetti dell’interazione umana, coabitano fattori quali la soddisfazione propria e la prevaricazione delle proprie esigenze su quelle dell’altro. È certamente un’estemizzazzione, ma di certo è funzionale ad aprire una riflessione su quanto ignoriamo degli altri e quanto incentriamo il baricentro dei rapporti più sulla nostra difesa o sulla nostra soddisfazione, che sulla comprensione di chi si rapporta con noi.

I fatti esplosi nell’ultimo mese, gli stupri di gruppo scoperti prima a Palermo e poi a Caivano mettono in luce diversi angoli ciechi di questo sistema chiamato paese, stato, società. Di questa nazione inglobata in una cultura bieca e patriarcale che ha ancora troppo da sistemare, da curare, da legiferare, da scoprire, da osservare, da comprendere e, ancora di più, da educare.

Sette ragazzi contro una ragazza. A Palermo, sette ragazzi tra i 18 e i 22 anni hanno abusato, violentato e stuprato una ragazza di 19 anni. L’hanno fatta ubriacare, l’hanno condotta lontana, hanno usato il suo corpo e – nonostante le richieste di aiuto dalla stessa ragazza, la richiesta di un’ambulanza – l’hanno lasciata da sola. Hanno consumato il loro piacere, la manifestazione del loro predominio. Hanno utilizzato quello che reputano essere potere. Hanno gioito della loro azione goliardica e poi sono tornati a casa. Nelle loro case, dove tramite i loro dispositivi cellulari personali hanno condiviso la prova della loro nottata. Un video, poi i commenti, poi le raccapriccianti espressioni che reputano normali, o meglio che reputano accettabili.

A Caivano, invece, le vittime sono due e sono minorenni. Due bambine portate letteralmente all’inferno. Nell’inferno dello spaccio camorristico. Nell’inferno di un parco abbandonato. In quell’inferno le due bambine sono state abusate, violentate e stuprate. Ripetutamente. Più volte. Per diverso tempo. Il ricatto di alcuni video era l’arma utilizzata per perpetuare un orrore. Questa volta, come se un solo maschio non fosse abbastanza, a perpetuare l’atto si stima fossero più di quindici e soltanto due maggiorenni.

Di qui la deriva, le riflessioni, quanto accaduto. In un mese abbiamo assistito a quanto accade ripetutamente: vittimizzazione secondaria, victim blaming, linciaggio, giustizia privata, accuse, supposizioni e quanto di più grave: la becera comunicazione che i media fanno della cultura dello stupro e degli atti di stupro.

Partiamo da qui, da cultura dello stupro. Sarebbe più corretto definirla abitudine, attitudine, e non allo stupro, ma alla violenza. In questo Paese, in questa Italia, ogni 117 minuti una donna subisce un abuso. Ogni tre giorni, in questo Paese, ogni tre giorni muore una donna. I colpevoli? Uomini. Questa risposta, però, invece di indignare, invece di preoccupare, il più delle volte diventa un’accusa, ma non verso l’abitudine alla violenza degli uomini, quanto verso chi denuncia. Quando parliamo di patriarcato, quando parliamo di maschilismo, di maschilità performativa, di modelli maschili violenti; quando parliamo di femminismo si ha la netta sensazione che tutto venga travisato e trasposto sotto l’ombrello della misandria. Dell’odio verso l’uomo. Come se ci fosse una lotta, una riconquista, una guerra contro gli uomini. Di qui la contro accusa: non tutti gli uomini. Le giustificazioni, le riprove: “ho sempre difeso le donne”; “ho sempre attaccato chi è violento contro le donne”; “io non sono così”. Eppure, però, se tante donne sono molestate, abusate, violentate, stuprate, allora chi è che causa tanto orrore?

Il non tutti gli uomini non sussiste se la violenza è sistematica. Se a un’accusa di violenza, di discriminazione, di sessismo, di misoginia, di maschilismo si risponde con una contro accusa. Con la continua discolpa e contro difesa del proprio pensiero, della legittimità di poter affermare che non tutti gli uomini sono così. E va bene, non tutti gli uomini sono così, ma la violenza è parte del sistema e della cultura. Fin quando, anche privatamente, si utilizzano espressioni come “stasera ti faccio mia, ti stupro” e non si comprende il valore negativo che frasi del genere possano significare non si può parlare di completo distaccamento da atti concreti. Una frase come “ti stupro” anche detta in maniera goliardica non è gratificante per chi la ascolta. Nello strupro non c’è niente di gratificante e pensare che la vittima possa provare piacere da un atto così brutale è quanto di più erroneo e fuorviante.

In questo mese, i media si sono accaniti contro quelli che si sono autodefiniti “cani su una gatta”. Li hanno definiti branco, li hanno definiti gruppo, li hanno definiti perfino animali. Nulla di tutto ciò: sono umani e sono uomini. Sono state pubblicate le dichiarazioni, i messaggi, le parole violente, finanche i nomi. Nulla di meno deontologico. I nomi. Tramite i nomi le persone sono risalite ai social, tramite i social le persone sono risalite alle vittime. E le vittime? Immaginate di aver subito violenza, una terribile violenta. Immaginate di non aver avuto supporto dalle autorità immaginate di essere lasciati da soli. Immaginate di essere a casa, a terra, nel piatto della vostra doccia e avere la concreta certezza che il vostro corpo non vi appartiene più. Ora, immaginate, i giorni seguenti. Le ferite dentro e fuori il vostro corpo, dentro e fuori la vostra mente. Poi, infine, immaginate tutte le immagini, le frasi, i nomi, i fatti esplosi su tutti i quotidiani nazionali. Immaginate l’inferno di ogni singolo istante. Le persone che iniziano a scrivervi: estranei che vi consolano, estranei che vi accusano, estranei che vi minacciano.

In poco tempo, diverse persone volevano linciare e trovare i ragazzi responsabili dello stupro. In altrettanto poco tempo, c’era chi voleva trovare la ragazza, chi l’ha minacciata dopo la denuncia. Questo a Palermo, ma a Caivano? A Caivano le famiglie delle vittime sono state attaccate, accerchiate. Non bastasse l’orrore, non bastasse l’incubo. Per i giornali, per i media, è importante che la notizia venga letta e chi se ne frega della deontologia. Tuttavia, non si può parlare soltanto di deontologia, ma di coscienza. La stessa coscienza che è mancata ad Andrea Giambruno, giornalista, conduttore di Diario del Giorno e compagno della presidente Giorgia Meloni. In diretta, ha dichiarato: «Se vai a ballare, tu hai tutto il diritto di ubriacarti – non ci deve essere nessun tipo di fraintendimento e nessun tipo di inciampo – però se eviti di ubriacarti e di perdere i sensi, magari eviti anche di incorrere in determinate problematiche perché poi rischi, effettivamente, che il lupo lo trovi».

Di qui veniamo ad altri punti: vittimizzazione secondaria e scarsa formazione, della stampa e delle istituzioni. In Italia, secondo il codice penale, all’articolo 602, da bis a septies, è normata la violenza sessuale: le pene, i tempi di denuncia e il corso della giustizia. Una vittima ha fino a 12 mesi per denunciare la violenza, prima che l’atto cada in prescrizione. Tale violenza è punita dai 6 ai 12 anni, e dagli 8 ai 14 se tale violenza è di gruppo o perpetuata su un minore, con gravanti annesse. Negli Stati Uniti, i tempi di denuncia si prolungano a 10 anni. In Francia a 30. 12 mesi, poi per te non c’è giustizia che tenga. 6 anni, per loro, per te, invece, spesso non basta una vita di terapia. Molte vittime si sentono scoraggiate, inascoltate. Denunciare? Per cosa? Per sentirti dire che se non avessi messo quel vestito non saresti stata violentata? Per sentirti dire che dovevi bere di meno? Che non dovevi essere provocante? Che non avresti dovuto flirtare? Che non avresti dovuto cosa? Non basta essere violentati, perché spesso si subisce una duplice violenza: quella degli altri, delle istituzioni, delle indagini corporee approfondite. Gli interrogatori, i dubbi, non essere creduti, essere screditati. Per non parlare dei giudici e dei tribunali, l’ultimo caso quello di Firenze. Un giudice ha assolto due ragazzi, complici di uno stupro di gruppo, perché avevano frainteso il consenso, a causa del comportamento sessuale della ragazza negli anni precedenti. Ovvero, la ragazza, nei trascorsi anni, aveva acconsentito a un rapporto sessuale, quella volta – tra l’altro sotto effetto di alcol – non aveva dato il consenso e i due ragazzi non avevano capito. Cioè: non è che non hanno violentato la ragazza, l’hanno fatto perché non avevano capito. Non avevano capito.

Soltanto sì è sì. Non ci sono altre forme. Soltanto il consenso può consentire a una persona di approcciarsi a un’altra. Tutte le altre forme non sono consenso. Sono: abuso, violenza e stupro. Un abuso è quando qualcuno esercita il proprio volere sull’altro: toccandolo intimamente, utilizzando coercizione, facendo pressioni, minacciando, manipolando. Uno stupro è quando una persona viene penetrata, oralmente, analmente o nella vagina, con strumenti, pene o dita, senza il suo consenso, con l’utilizzo della forza, delle minacce, della coercizione, con utilizzo di sostanze stupefacenti o alcol. Una violenza include tutto il resto, ma si manifesta anche senza penetrazione, con l’utilizzo della forza, quando qualcuno insiste, quando qualcuno guarda senza consenso, il voyeurismo non consensuale.

Per Matteo Salvini, la soluzione per gli stupratori dovrebbe essere la castrazione chimica. Per Antonio Tafani, pari carica del Carroccio, vicepresidente del Consiglio, non c’è discussione che tenga. Non è violenza che risolve la violenza. Qualcuno ha parlato di limitare la fruizione della pornografia ai minori di 18 anni. Qualcun altro ha pensato al linciaggio e alla giustizia privata. Nessuna di queste soluzioni, tuttavia, è davvero efficace e davvero utile. Lo strumento migliore sembrerebbe banale, quanto ovvio, eppure è costoso, difficile, titanico: l’educazione. Sempre nel nostro Paese, uno dei pochi in Europa, l’educazione sessuale e affettiva non è una prerogativa nelle scuole e nei centri di formazione. Per qualcuno potrebbe indurre alla diffusione della cultura gender, ma per noi, per la maggior parte, è l’unico strumento: costoso, difficile e titanico. Occorre tanta pazienza, tanto tempo, tante persone coinvolte, tante risorse, ma soprattutto un giusto linguaggio e molta comprensione. Ecco, educare alla comprensione di sé e dell’altro, al proprio e all’altrui corpo, alla propria e all’altrui affettività, alle sensazioni. Quando parliamo di patriarcato, quando parliamo di maschilismo, di sessismo, non parliamo di cancellazione degli uomini. L’obiettivo del femminismo non è rendere il pianeta un’enorme Amazzonia dove l’unica popolazione accettata sia costituita da donne. L’obiettivo del transfemminismo internazionale è tutt’altro: è culturale, è umanizzante, è difensivo non solo delle donne, ma anche degli uomini. 

La maschilità performativa, quel concetto che ingloba tutti quei comportamenti maschili che hanno portato a violenza, deprivazione di diritti altrui, di limitazioni degli altri, ma anche degli stessi uomini, la prevaricazione, la prepotenza, il potere esercitato sugli altri, non sono altro che rigurgiti di tossicità, di violenza, di non umanità. Educare le istituzioni a gestire i casi di violenza sessuale e di genere e a saper supportare le vittime è importante quanto educare la società stessa.

Giorgia Meloni, in visita a Caivano, ha affermato che lo Stato, in quel luogo, ha fallito. Tuttavia, lo Stato non ha fallito soltanto a Caivano. Lo Stato ha fallito a Caivano, a Palermo, a Firenze. Lo Stato fallisce ogni 116 minuti, ogni 3 giorni, per ogni donna e uomo violentati, per ogni donna vittima di femmincidio.

Lo Stato continua a fallire, ma lo Stato, purtroppo, siamo anche noi. L’educazione deve partire anche da noi, l’emergenza è troppo grave per aspettare, bisogna iniziare da noi, bisogna capire gli altri.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

8 + sedici =